Medicina Democratica: la banalità del male, dagli omicidi sul lavoro alle relazioni di staticità taroccate

di Marco Caldiroli – presidente protempore di Medicina Democratica Onlus

14 settembre 2019

Il titolo del saggio di Hanna Arendt sui tanti “piccoli” esecutori anonimi e autoassolventi ingranaggi della macchina dello sterminio nazista ben si presta, con le differenze del caso (non di genocidio parliamo ma sicuramente di stragi) a inquadrare diverse notizie che ci colpiscono anche nella nostra quotidianità.
Il taroccamento dei risultati delle prove (o delle prove stesse) sulla tenuta di viadotti autostradali (ma potremmo parlare anche di molti altri manufatti come le scuole e gli edifici crollati durante terremoti di magnitudo inferiore a quella “certificata” dai collaudatori) porta in superficie un mondo di tecnici prezzolati e marchettari pronti ad ogni evenienza (incluso farsi “capri espiatori”) pur di accontentare il “committente”.
Come Medicina Democratica l’abbiamo visto ripetute volte nelle aule di giustizia dove grandi professori negano l’evidenza della correlazione tra infortuni, malattie professionali e disastri ambientali con processi produttivi inquinanti quanto obsoleti e vetusti con l’unico scopo di spremerne il profitto residuo e poi abbandonarli (quanti sono i siti industriali inquinanti dismessi finiti a “carico” del pubblico ?).
Per dirla come Luigi Mara, arrivavano a “negare la formula chimica dell’acqua” pur di sostenere le ragioni del padrone di turno.
Professoroni che poi firmano letteratura scientifica internazionale e si presentano come la “neutra scienza” oggettiva (“non democratica”) e il rinnovamento anche tecnologico dei processi (la green economy farlocca, troppo spesso una riverniciata di verde alla ruggine dei vecchi impianti e produzioni).
Il tutto, per dirla come nella chiusa del rinvio a giudizio per il processo di Porto Marghera, dall’allora PM Felice Casson : “con l’aggravante del futile motivo : il profitto”.
Di questo andazzo fanno parte l’approccio diffuso di “non manutenzione” (tanto ci sono le assicurazioni, se succede qualcosa, come in un noto documento Montedison degli anni ’70 che giustificava i mancati interventi sugli impianti chimici e quindi la voluta messa a rischio dei lavoratori pur avendo ben presenti gli interventi da fare per prevenire infortuni e malattie). Vale per i viadotti come le macchine operatrici e i luoghi di lavoro stessi.
Se ci si pensa bene anche gli ultimi infortuni (per restare a quelli mortali) che siano dovuti a asfissia in luoghi confinati, ribaltamento di mezzi di movimentazione, macchine che si “muovono” apparentemente da sole e schiacciano vite operaie, sono tutti “figli” di questa filosofia che non soltanto una questione monetaria, di mancata volontà di investire, ma parte proprio da una incapacità di vedere oltre la produzione/profitto immediato e da una deresponsabilizzazione a priori (“fanno tutti così”).
E in questa “economia circolare” della morte (la mancata individuazione dei rischi ne incrementa la probabilità, la morte operaia non “insegna” alcunché né ai padroni né ai politici ma, spesso, neppure ai lavoratori che sono precari e hanno un modo unico per “scamparla”, fuggire dal posto di lavoro per sperarne in un altro, sempre sottopagato, ma meno rischioso) che il ruolo dei “tecnici” trova la sua celebrazione. Ai rari casi di resistenza individuale vi sono lunghi elenchi di sottomessi o anche di “più realisti del re” nella speranza di “cavarsela” in caso di guai grazie alla farraginosità giudiziaria e al sostegno dei vegli “ultimi utilizzatori” di queste “prestazioni”.
Relazioni “modificate”, prove non condotte in modo corretto, sottovalutazioni ecc si innestano in un contesto di norme “semplificatorie”, autocertificazioni e mancati controlli (anzi, oramai, letteralmente mancanza di controllori non stipendiati dai controllati).
E possiamo continuare : valutazioni del rischio aziendali “a fotocopia”, pagate profumatamente ma di nessun aiuto per individuare i rischi e i modi per intervenire, o anche ben fatte e lasciate in un cassetto. Formazione dei lavoratori lasciata a soggetti “pirata” senza reali qualifiche e conoscenze.
Su tutto questo la prospettiva di condanne lievi (v. caso Lamina di Milano, 4 morti per 1 anno e 8 mesi) e, al più, qualche esborso economico prontamente recuperabile (anche in questo caso il caso Lamina “insegna”: 4 milioni alle famiglie per farle uscire dal processo e così permettere il patteggiamento da parte del responsabile): appunto non manutenere, uccidere e poi far pagare le assicurazioni se la “sfortuna” si accanisce sul povero imprenditore (assicurazioni che a loro volta fanno un calcolo alla rovescia, contano sul non superamento di una soglia infortunistica tale da garantire loro comunque e sempre un profitto, avanzi di bilancio dell’INAIL docet). E via daccapo contando sulla “buona sorte” (e attrezzandosi con professoroni e avvocati in caso contrario).

In questi eventi così apparentemente diversi tra loro vi è un filo comune che è indispensabile aver sempre presente ai fini di una reazione da parte dei soggetti interessati che sia efficace ovvero produca prevenzione (se i lavoratori non vogliono continuare ad essere le vittime sacrificali al più in qualche modo “risarcite” o cercare di “sfangarla” individualmente) : l’informazione e l’appropriazione di una conoscenza per modificarla dal proprio punto di vista e per gli obiettivi di autotutela.

La costruzione di una conoscenza dei lavoratori (una volta avrei scritto “operaia”) dei cicli produttivi e dei relativi rischi per evitare di essere presi in giro dal primo “professionista” di passaggio (responsabile del servizio di prevenzione e protezione, consulente, medico competente) e poter riprendere l’iniziative su propri obiettivi e non solo quelli (pur da attuare) del rispetto della norma cui non vanno oltre (nei rari casi in cui ciò è reso possibile) gli enti preposti (USL/ASL, ispettorati, polizie, vigili del fuoco).
Si tratta di attualizzare una pratica diffusa dagli anni ’70 (ancorché allora comunque ristretta ma che ha fatto tremare i padroni e ha prodotto una riforma sanitaria, nel 1978, che andava in questa direzione come anche ha prodotto condanne come quella di Porto Marghera ed in modo intermittente in altri casi come l’esposizione all’amianto). Non remano contro solo l’affievolirsi di una “coscienza civile” (dei tecnici) e di lotta (dei lavoratori/lavoratrici) ma anche un contesto di lavoro ben diverso, ben più “povero”, rispetto ad allora dove è difficile il solo riconoscimento di sè stessi e tra lavoratori quale “gruppo omogeneo” sottoposto ai medesimi rischi e quindi il soggetto centrale per individuare e imporre interventi efficaci.
E’ una pratica da costruire, con fatica e impegno individuale, non basterebbe un venerdì alla settimana e gli obiettivi non sono (solo) generali ma puntuali, in ogni singolo luogo di lavoro, e implicano non solo la protesta ma la lotta quotidiana (“cumulativa”) contro altri soggetti in carne ed ossa; ma non ci sono scorciatoie né angeli custodi che intervengono solo perché è palese da che parte sta la ragione.
Alla banalità (inerzia) del male necessita contrapporre la “originalità” del pensiero e dell’azione del movimento dei lavoratori (di qualunque genere e forma : quello che un tempo si definiva proletariato non è sparito si è in realtà esteso e diversificato comprendendo anche molte “professioni intellettuali”). Una nuova alleanza tra tecnici e lavoratori è parte della via di uscita ovvero di imposizione, in ogni luogo di lavoro, di politiche di prevenzione degli infortuni e malattie che vedono, necessariamente, la componente tecnica (impiantistica) in primo piano. Sempre che si voglia davvero ridurre le morti sul lavoro (ma anche sulle strade e nelle case) e non ridurre il tutto a una questione assicurativa o di definizione del livello del “risarcimento” alle vittime che, in questo modo, continuerebbero ad essere tali riproducendo un meccanismo che verrebbe alimentato da nuove vittime …. la banalità del “sacrificio” imposto e subìto.

Marco Caldiroli – presidente protempore di Medicina Democratica Onlus

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