“Di Hartz si muore”. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?

Interessante presentazione del libro di Giuliana Commisso e Giordano Sivini (docenti dell’Università di Calabria) “Reddito di cittadinanza. Emancipazione del lavoro o lavoro coatto?”, Edizioni Asterios. 


“Di Hartz si muore”. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?

di Sergio Cararo da Contropiano.org

I sistemi di welfare per poveri e disoccupati sono diventati una diabolica porta girevole senza uscita, anzi l’unica porta possibile sembra essere diventata quella con su scritto “Arbeit macht frei” e la prospettiva del lavoro “coatto”.

Mentre gli autori espongono il loro libro, ti scorrono davanti le immagini di “Io Daniel Blake” di Ken Loach e ti sembra di seguire la presentazione di un libro “distopico”, cioè quelli che ti anticipano scenari futuri da incubo. Eppure le argomentazioni di Giuliana Commisso e Giordano Sivini (docenti dell’Università di Calabria e autori di “Reddito di cittadinanza. Emancipazione del lavoro o lavoro coatto? Edizioni Asterios) sono purtroppo veritiere e pertinenti.

E’ una analisi impietosa dei meccanismi perversi sui quali hanno modellato i sistemi di welfare nell’Unione Europea sia nella versione neoliberista (anglosassone) che ordoliberista (tedesca). Nel primo caso il film di Ken Loach è illuminante di quell’apparato messo in piedi per favorire formalmente “l’inclusione sociale” e che invece tende a rendere permanente la condizione di esclusione. Nel secondo agisce l’inganno retorico partorito a Bruxelles della “flexsecurity”, costruito per passare dall’obiettivo di creare occupazione a quello di stabilizzare “l’occupabilità” delle persone.

E’ il modello tedesco prodotto dal commissario Hartz, quello  delle riforme e dei mini-job ma anche degli “One euro jobs”, dove i poveri e i disoccupati vengono ormai concepiti come malati bisognosi di cure ma, come ha sintetizzato Giuliana Commisso, “di Hartz si muore”.

Gli elementi in comune tra i due modelli sono la filosofia coercitiva che tende a penalizzare i poveri  e i disoccupati – sancendo il problema come dovuto ad un deficit personale (lo scarso impegno nella ricerca di un lavoro qualsiasi) e non al sistema – e l’orizzonte del “lavoro coatto”, obbligato, un lavoro magari a 1 euro l’ora, con la minaccia di togliere parzialmente o totalmente gli eventuali sussidi. Insomma una aperta lotta contro i poveri piuttosto che contro la povertà.

Un lavoro dunque di enorme interesse quello di Commisso e Sivini, che preferiscono parlare di reddito di esistenza invece che minimo o di cittadinanza. Un lavoro che andrebbe conosciuto, discusso e socializzato in ogni fronte delle lotte sociali e sindacali.

Ma i due autori mostrano una grande dose di coraggio anche quando affrontano la situazione italiana, prendendo di petto frontalmente e decostruendo le direttive di due “divinità”: l’Alleanza contro la povertà messa in piedi dalle organizzazioni cattoliche che imperano nel terzo settore insieme a Cgil, Cisl, Uil e la proposta del “Reddito di Cittadinanza” del M5S. Insomma due mostri sacri della pubblica benevolenza e che in realtà quando mettono mano al tema della lotta alla povertà e del reddito per i settori sociali più deboli, partoriscono diavolerie che hanno poco da invidiare al modello neoliberista o a quello ordoliberista.

Giordano Sivini, confessa di aver guardato con simpatia al M5S… fino a quando è andato a leggersi nei dettagli la proposta sul reddito di cittadinanza. A suo avviso questa proposta riflette in pieno il modello Hartz 4 tedesco. Attiene solo a chi è al di sotto della soglia di povertà relativa (800 euro) con una integrazione per raggiungere la soglia necessaria a superarla. La critica si concentra sull’art.11 della proposta dei M5S che subordina il beneficio ai centri per l’impiego, dove il beneficiario deve certificare di essersi impegnato “almeno due ore” alla ricerca di un lavoro attraverso un diario, ricevute, scontrini, copia delle domande presentate e delle eventuali risposte ottenute, altrimenti viene sottoposto a sanzioni con vari step che sono il richiamo, la riduzione ed infine la perdita del sussidio. Ci sono poi i commi 2 e 7 dell’art.12 dove il beneficiario – che avrebbe diritto ad un “lavoro congruo” – può rifiutarlo tre volte ma poi deve accettare qualsiasi lavoro, anche non congruo. Inoltre, segnala Sivini, tra le fonti di finanziamento del Reddito di Cittadinanza originariamente venivano indicati il taglio  delle spese militari, che però nella versione più recente sono scomparsi.

Nessuna indulgenza neanche verso l’Alleanza contro la povertà, vera e propria “Armada” messa in campo da 30 organizzazioni cattoliche nel terzo settore con Cgil Cisl Uil.  Questa montagna ha fatto partorire al governo un topolino (il Ris diventato REI) di 475 euro al mese a famiglia poverissima per 18 mesi e tramite una carta acquisti, ma il progetto scade ogni sei mesi e la domanda va rinnovata. Tutti i maggiorenni delle famiglie beneficiate devono andare ai centri per l’impiego e  siglare un “patto di servizio”. Insieme ad una commissione (di funzionari pubblici e del privato sociale) viene fatta una analisi dei bisogni “oggettivi” della famiglia esaminata ed a questi tutti i membri della famiglia devono attenersi. Se anche uno solo dei membri “sgarra” tutta la famiglia perde i benefici con una sorta di punizione collettiva. Si ritorna così a quel modello coercitivo contro i poveri che non solo ne lede la dignità ma li colpevolizza e li punisce.

Dopo l’esposizione del libro è seguito un dibattito interessante con gli attivisti sociali e sindacali presenti. La questione del reddito (declinato in modo diversi dalle diverse esperienze) in questi anni non  è riuscita ancora a diventare una proposta di sintesi e di conflitto sociale unitario, mentre anche i sindacati si devono misurare con la difficoltà di un mondo del lavoro dove ormai dilagano i working poors, lavoratori individualizzati, figure sociali frammentate difficili da ricomporre.

Infine, ma non per importanza, il titolo del libro “Reddito di Cittadinanza” – forse perché l’editore ha voluto titolarlo con un tema ampiamente veicolato dai media e dai social media – non rende giustizia alla complessità e alla ricchezza del volume dei due autori. Dentro c’è descritto con dovizia di particolare quel micidiale modello che in nome della lotta alla povertà ha costruito invece delle porte girevoli dai quali i poveri, pur dandosi da fare, non riusciranno mai ad uscire. Anche perché povertà, occupabilità, formazione continua, flexsecurity sono diventate un mercato redditizio per le organizzazioni del terzo settore e i sindacati tradizionali che su questo fanno rubamazzo con i loro centri e le loro strutture. Per questo nel paese diventa urgente una “operazione verità”

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