Brasile: 35 milioni di lavoratori in sciopero generale bloccano il paese

sciopero brasile 235 milioni di lavoratori in sciopero bloccano il paese contro le Riforme neoliberali di Temer

Strade bloccate e deserte a San Paolo, sospese le navigazioni nella baia di Rio e, soprattutto, paralizzato l’intero tessuto industriale del paese. E’ così che i lavoratori brasiliani hanno risposto alla riforma del mercato del lavoro voluta da Temer. 

Traduzione a cura di Sial Cobas

(tratto da Telesur, Révolution Permanente, Repubblica, CSP-Conlutas)

Il sindacato dei metalmeccanici CSP-Conlutas, aderente alla Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta scrive sul suo sito: “Il 28 aprile 2017 è stata una giornata storica. Sì, i lavoratori hanno bloccato il Brasile! Il più grande sciopero generale mai avvenuto dal lontano 14-15 marzo 1989! Cento anni  dopo il primo sciopero generale realizzato nel nostro paese! Abbiamo incrociato le braccia e abbiamo mostrato che non daremo tregua, continuando la lotta contro la Riforma delle Pensioni e la Riforma del Lavoro portate avanti dal governo Temer e contro le esternalizzazioni approvate alla Camera la scorsa settimana“. CSP-Conlutas
I lavoratori brasiliani hanno aderito lo scorso 28 aprile allo sciopero generale indetto da un centinaio di sigle sindacali per protestare contro una riforma, varata martedì scorso alla Camera, che cambia radicalmente il mondo del lavoro. Un colpo di penna che cancella i principi fondanti dello Statuto nazionale dei lavoratori varato nel 1943. Una mobilitazione imponente che metterà a durissima prova l’intero Brasile e la stessa tenuta del governo. Il clima è pesante: gli ultimi dati sulla disoccupazione parlano di 14,2 milioni di persone senza lavoro. È un record: rispetto al marzo scorso ci sono a spasso ben 1,8 milioni di persone in più. L’incremento, in 12 mesi, è stato del 27,8 per cento, secondo le cifre diffuse dall’IBGE, l’istituto di statistica ufficiale. È la prima volta, dal 2012, anno in cui è entrato in funzione l’organismo di rilevazione, che è stata superata la soglia di 14 milioni in cerca di lavoro. A questo si aggiunge lo scandalo della corruzione che sta colpendo l’amministrazione Temer e che si somma a quello scoppiato l’anno scorso e che ha portato alla caduta dell’amministrazione Rousseff e del governo PT. Lo sciopero è stato uno dei più partecipati e poderosi della storia del Brasile, con 35 milioni di lavoratori che hanno incrociato le braccia contro le riforme neoliberali del presidente Temer, che stanno portando il paese in una strada senza uscita.

Votata d’urgenza giovedì scorso da un parlamento pieno di corrotti, visto che una buona parte del gabinetto del presidente Temer è inquisita, la contro-riforma del mercato del lavoro ha suscitato una levata di scudi che si è tradotta in uno dei più grossi scioperi generali da dopo la caduta della dittatura a metà degli anni ’80. Contrastata e boicottata con centinaia di emendamenti, la riforma del lavoro è passata alla Camera con 226 voti a favore e 117 contrari. Adesso dovrà affrontare il Senato. Ma al di là di piccole modifiche è molto probabile che verrà approvata definitivamente. Abolisce le quote sindacali obbligatorie, fissa i termini dei negoziati tra le parti sociali, rende difficile il ricorso ai Tribunali del lavoro, regola il sourcing house, il lavoro fatto a casa, esclude le rappresentanze sindacali nelle procedure di licenziamento.

L’iter di approvazione è stato scandito da una vera battaglia parlamentare. L’opposizione ha agitato cartelli e manifesti, ha urlato, chiesto modifiche. Ha avvertito delle conseguenze che una riforma così radicale può provocare su un mondo del lavoro già logorato da licenziamenti e disoccupazione.  Nelle scorse settimane, il livello di violenza e criminalità è aumentato in modo preoccupante. Si moltiplicano assalti e rapine. La gente reagisce e i morti aumentano.

Il varo della riforma del lavoro è considerato un banco di prova per l’altra importante modifica al sistema previdenziale che verrà messa ai voti in Parlamento la prossima settimana. Prevede l’innalzamento a 65 anni (62 per le donne) dell’età pensionabile, rispetto agli attuali 52; il decurtamento di quella reversibile che adesso resta intera. Una fonte di reddito per milioni di donne e uomini. L’approvazione di entrambe è considerata vitale per le pessime condizioni dell’economia brasiliana e per il recupero del disavanzo pubblico. Si sa che le casse di moltissimi Stati sono vuote. Non si riescono a pagare gli stipendi di categorie essenziali, come i pompieri, dipendenti ospedalieri e la stessa polizia. Il presidente Temer ha rinviato più volte il varo del disegno di legge. Non aveva i voti sufficienti. Ma le pressioni arrivate dalla Confindustria, dagli organismi internazionali, dalle strutture finanziarie del paese, lo hanno spinto ad un passo che considera vitale per il suo esecutivo.

Dopo il colpo di stato istituzionale contro il Partito dei Lavoratori (PT) di Dilma Rousseff e Lula e le elezioni locali che sembravano aver consolidato la destra al potere, il successo dello sciopero non era scontato.

E tuttavia c’è stata una forte spinta dal basso contro la politica austeritaria di Temer e la sua contro-riforma del mercato del lavoro.

Non è stato solo il blocco del trasporto pubblico, su strada, ferroviario e marittimo ad aver paralizzato le megalopoli brasiliane. Anche il tessuto industriale è stato seriamente coinvolto nello sciopero. L’ABC, la cintura industriale di San Paolo, è stata completamente paralizzata. Secondo il quotidiano O Globo, che non si può accusare di simpatie verso il movimento di opposizione sociale, lo sciopero ha toccato l’85% delle grandi fabbriche automobilistiche di Sao Bernardo, Scania, Wolkswagen, Ford e Mercedes. Nei grandi centri industriali del paese il tasso di adesione è stato molto elevato, da Belo Horizonte fino a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia.

Il sindacato filo-governativo Força Sindical tenta di far passate degli emendamenti correttivi alla riforma voluta da Temer dal momento che nella sua base cresce il malcontento. Purtroppo nè la CUT, nè la CTB, entrambe legate al Partito dei Lavoratori (PT), intendono andare oltre questo sciopero generale, se non per sostenere Lula in vista delle prossime elezioni, sebbene questo sciopero del 28 aprile abbia rappresentato una batosta per il padronato. Ma la forza del movimento che ha portato allo sciopero ha mostrato quanto il mondo del lavoro in Brasile si sia rinvigorito con la sua capacità di iniziativa.

Un motivo in più per proseguire con l’azione e condurre una campagna per superare le differenti strategie dei diversi sindacati ed imporre, sulla base dell’auto-organizzazione, la caduta del governo Temer, il ritiro delle sue contro-Riforme ed imporre un’Assemblea Costituente sulle rovine del sistema politico brasiliano. I giovani, i ceti popolari e i lavoratori dovrebbero trovar voce ed esprimersi su come affrontare i problemi centrali del paese, per esigere che la crisi del sistema capitalistico sia pagata da coloro che l’hanno causata, i padroni e i loro complici.

Temer non vuole negoziare con le parti sociali – e si è visto anche nelle strade, dove la repressione poliziesca durante lo sciopero è stata forte. Nella città più grande del paese, San Paolo, centro politico e cuore dell’economia brasiliana, solo una linea del metrò è rimasta attiva. Sono state bloccate le 70 vie principali di accesso alla città e al primo aeroporto. All’alba gruppi di manifestanti si sono scontrati con la polizia mentre cercavano di occupare un edificio disabitato, ci sono stati arresti e lancio di lacrimogeni.

Stesse scene di scontri si sono viste a Santos, nella città di Goiânia. A Rio de Janeiro, il ponte che collega la città col suo sobborgo di Niterói è stato bloccato dal traffico completamente paralizzato per diverse ore. Proteste e scontri si sono registrati a Salvador de Bahia, a Curitibadel Paraná e a Belo Horizonte. A Porto Alegre, la polizia ha lanciato lacrimogeni e fumo da incendi sparsi ha reso irrespirabile l’aria. Banche, scuole e trasporti completamente bloccati a  Florianopolis e a Santa Catarina.

 

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