Il Parlamento Europeo ha approvato il CETA

Il Parlamento Europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, ha approvato il CETA, un grosso accordo commerciale tra Canada e Unione Europea: è lo stesso che nell’ottobre del 2016 era stato temporaneamente bloccato dal parlamento della Vallonia, una delle tre regioni in cui è diviso il Belgio. Il CETA dovrà essere ratificato dal parlamento di ciascuno stato membro, ma nelle sue parti fondamentali entrerà in vigore già da aprile.

Si tratta di un grosso accordo commerciale fra Unione Europea e Canada che vale diversi miliardi, contestato fino all’ultimo da destra e sinistra: i gruppi politici più radicali come l’Europa delle Nazioni e della Libertà, quello di Marine Le Pen e Matteo Salvini, e l’Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, quello del Movimento 5 Stelle e dell’UKIP,  sono nettamente contrari, così come lo sono il gruppo Sinistra Unitaria Europea e persino alcuni parlamentari dei Socialisti e Democratici, uno dei tre gruppi “istituzionali” del Parlamento. Come tutti i trattati di questo tipo, inoltre, è stato criticato dalle associazioni e ONG di sinistra: stamattina un centinaio di manifestanti di una di queste hanno temporaneamente ostruito l’entrata principale al Parlamento, e degli attivisti di Greenpeace hanno fatto un’azione dissuasiva.

Il Belgio sta valutando di chiedere alla Corte di giustizia dell’Unione europea di pronunciarsi sulla legittimità di un controverso sistema di tutela degli investimenti – conosciuto come Investment Court System (ICS) – che grazie al CETA permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio i singoli Stati, ma non consentirebbe il contrario. Anche le modifiche proposte all’ICS sono state bocciate dai movimenti sociali e dalle reti Stop TTIP di tutta Europa, secondo i quali la nuova Corte arbitrale manterrebbe intatti i privilegi di gruppi privati nei confronti della società civile. Mantenendo la possibilità per le imprese di scegliere se rivolgersi a questo tribunale internazionale o utilizzare quelli nazionali, si crea una scappatoia per aggirare la giurisdizione pubblica negli Stati.

Una posizione ribadita da centri studi accreditati, come il Canadian Centre for Policy Alternatives (CCPA, 2016) o il Corporate Europe Observatory, che analizzano come cinque esempi di cause intentate da imprese contro gli Stati attraverso l’arbitrato convenzionale ISDS (si ricorda, tra le altre, la causa della multinazionale canadese Transcanada contro l’Amministrazione Obama) possano riproporsi anche in presenza di una Corte internazionale dalle caratteristiche simili a quella proposta dalla Commissione Europea. Un rischio per l’ambiente, ma anche per il diritto di regolamentazione (e per l’agibilità politica) dei governi coinvolti.

Per questo motivo, 280 organizzazioni non governative da tutta Europa (tra cui la campagna Stop TTIP Italia e l’associazione italiana Fairwatch) hanno presentato una lettera aperta nel febbraio 2016 per chiedere la cancellazione del dispositivo ISDS (o della sua proposta riformata, l’ICS) dai negoziati TTIP e CETA in primis.

Entrambi, si legge nella nota diffusa dalla coalizione «danno diritti esclusivi agli investitori stranieri, mentre sono discriminatori verso gli investitori locali e le comunità, senza evidenza alcuna di benefici per l’intera società». «Sia l’ISDS che l’ICS possono forzare i governi a utilizzare miliardi provenienti dai contribuenti per pagare compensazioni alle imprese multinazionali a causa di politiche per la salute pubblica, ambientali, di tutela del diritto del lavoro e per l’interesse pubblico, per azioni di governo e anche per sentenze delle Corti. Non assicurano che gli interessi privati non possano indebolire gli obiettivi di politica pubblica». Infine, entrambi non sono «soggetti ai principi e a scrutinio democratici. I Parlamenti non saranno in grado di modificare le leggi successivamente», lasciando spazio così agli interessi privati.

«Nonostante abbia perso in Australia, non c’è dubbio che la Philip Morris continuerà la sua battaglia per evitare la perdita dei suoi mercati di morte utilizzando ogni mezzo possibile», ha dichiarato Emma Woodford, direttrice del Health and Trade Network, «escludere l’ISDS e l’ICS da tutti gli accordi commerciali è il solo modo per sostenere pienamente i governi nazionali nel lavoro per il quale sono stati democraticamente eletti» (Seattle to Brussels Network, 2016 a).

Se l’ICS non dovesse passare l’esame di legittimità della Corte di giustizia europea, si bloccherebbe l’applicazione del CETA.

L’obiettivo principale del CETA – spiega in una nota Greenpeace -non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente.

Secondo uno studio indipendente, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea. Inoltre, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica compresa tra lo 0,02 e lo 0,03 per cento. In Canada questa percentuale sarebbe invece compresa tra lo 0,18 e lo 0,36 per cento.

I voti nazionali rimetteranno all’ordine del giorno i capitoli più difficili. Un’anticipazione c’è stata con la firma del Ceta, nello scorso ottobre, bloccata dalla Wallonie belga (invece del 27 ottobre ha poi avuto luogo il 30, dopo che la Wallonie ha ottenuto qualche rassicurazione). In Francia c’è stato un intervento di 78 parlamentari (nazionali e europei), che denunciano un accordo che “sacrifica i diritti umani agli interessi commerciali” e che “non è all’altezza della grandi sfide climatiche, democratiche e sociali”, alcuni giuristi sottolineano un problema di compatibilità costituzionale (perché non è citato il “principio di precauzione”, nella Costituzione francese dal 2005). In Germania, c’è stato un ricorso alla Corte Costituzionale: Karlsruhe ha autorizzato, ma mettendo la condizione che Berlino potrà uscire dall’accordo se verrà verificato un conflitto con la Costituzione.

 

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