Almaviva Contact: i lavoratori votano NO all’accordo. Riparte la trattativa sui licenziamenti – e la lotta

PALERMO 17.02.2016 - CORTEO DI PROTESTA OPERATORI CALLA CENTER ALMAVIVA. © STUDIO CAMERA/FRANCO LANNINO

PALERMO 17.02.2016 – CORTEO DI PROTESTA OPERATORI CALLA CENTER ALMAVIVA.
© STUDIO CAMERA/FRANCO LANNINO

Il settore dei call center è entrato in una fase di crisi. Si stimano ottomila posti a rischio su un totale di circa 80mila lavoratori del comparto in Italia. Lo scossone viene dal colosso dei call center Almaviva Contact che lo scorso marzo ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede quasi 3mila licenziamenti che coinvolgono molte donne tra i 35 e i 50 anni di età e le sedi del sud Italia, Roma, Napoli e Palermo. Subito è scattata una forte mobilitazione dei lavoratori, conclusasi in questi giorni con la bocciatura, tramite referendum aziendale, dell’ipotesi di accordo raggiunta il 26 aprile. I lavoratori, anche quelli non interessati dai tagli come nella sede di Milano, hanno detto NO ad un accordo che prevedeva la salvaguardia dei posti con contratti di solidarietà, maggiore flessibilità e trasferimenti. Si riapre ora lo stato di crisi e la trattativa, ma sullo sfondo restano le piaghe storiche del settore dei call center: gare al massimo ribasso e delocalizzazione.

Lo scorso 21 marzo Almaviva Contact, che, coi suoi 8mila dipendenti assunti a tempo indeterminato e gli oltre 2mila collaboratori, è la più grande azienda del settore in Italia, ha annunciato un piano di riorganizzazione aziendale con riduzione del personale. I tagli riguarderebbero 2.990 persone, tra le sedi di Roma (fino a 920 persone), Napoli (fino a 400 persone) e Palermo (fino a 1.670 persone).

Almaviva ha dichiarato di trovarsi in una fase di crisi strutturale con perdite per 16 milioni negli ultimi due anni e con una commessa appena persa da parte di Enel. Il problema sarebbe la concorrenza di aziende che praticano gare al massimo ribasso e spostano il lavoro all’estero, mentre Almaviva finora non ha delocalizzato. In un comunicato ha infatti denunciato le difficoltà di restare in un mercato “dominato da fattori distorsivi che seguitano ad alterare profondamente il contesto competitivo, dal mancato rispetto delle norme sulle delocalizzazioni di attività in Paesi extra Ue all’utilizzo opportunistico degli incentivi per l’occupazione, contrassegnato dal calo progressivo dei volumi totali lavorati in Italia e dalla continua compressione del prezzo dei servizi”. Tutti elementi che hanno una loro verità, ma che trascurano gli enormi profitti fatti dall’azienda negli anni passati, grazie alla fatica di chi ci lavora e grazie agli sgravi e agli incentivi ricevuti dallo Stato (quindi anche da tutti noi).

L’apertura della procedura di mobilità si è accompagnata da subito con scioperi, presidi e volantinaggi, in tutte le sedi colpite e in particolare a Palermo, che si è distinta per la vivacità, la costanza e la determinazione delle iniziative e dei blocchi stradali e che ha organizzato un presidio permanete per mettere pressione soprattutto al governo, chiedendo un «patto di settore» Tutto il mese successivo è stato un susseguirsi di mobilitazioni, che hanno accompagnato gli incontri tra le parti.

Nella trattativa, i sindacati hanno chiesto l’applicazione della recente legge sugli appalti, entrata in vigore a febbraio, che prevede la cosiddetta clausola sociale: gli addetti di un servizio di call center hanno diritto a mantenere il posto di lavoro, quando l’impresa committente decida di cambiare l’operatore. Cosa da pretendere a cominciare dalle società a partecipazione pubblica, come Poste ed Enel, che hanno commissionato l’attività di call center senza rispettare le clausole sociali approvate dal Parlamento.

A complicare la situazione, ci ha pensato un cambio in corsa sugli ammortizzatori sociali. L’Inps ha infatti deciso l’inquadramento del settore come terziario e non più come industria. Questa risoluzione comporta che le aziende di call center non possano più richiedere gli ammortizzatori sociali ordinari, ma debbano contare solo sugli strumenti in deroga. Che hanno una durata inferiore e seguono un iter autorizzativo più complesso.

Il 26 aprile si è arrivati ad un’ipotesi di accordo tra le parti, che prevede il ricorso ai contratti di solidarietà di tipo difensivo per sei mesi, a partire dall’1 giugno, per tutte le sedi del gruppo, con percentuali diversificate da sito a sito – più alte a Palermo, Roma e Napoli (del 45% per le prime due; del 35% per il capoluogo campano), più basse per Rende (3%), Catania (7%) e Milano (13%).

E ancora, l’impiego dei lavoratori assunti a tempo indeterminato anche per le attività di ricerca di mercato, svolte finora dai collaboratori impiegati con contratti di collaborazione coordinata e continuativa; e mobilità volontaria. Almaviva ha aperto alla possibilità, infatti, di trasferimenti volontari di personale verso i siti di Catania, Milano e Rende, dove sarebbero applicate percentuali di solidarietà più basse, e alla mobilità volontaria, ma senza incentivi economici per gli operatori che ne facessero richiesta.

Il nodo però restano le modalità con cui l’azienda intende applicare i contratti di solidarietà, che potrebbero prevedere delle clausole di gestione dell’orario di lavoro più flessibili, in alternativa all’astensione dal lavoro per l’intera giornata.

La bozza di accordo è stata presentata nelle assemblee dei lavoratori e sottoposta a referendum nelle sei sedi del gruppo, in 5 delle quali ha prevalso il NO: i lavoratori non hanno accettato ulteriori riduzioni del salario senza una prospettiva futura certa e ulteriore flessibilità nel lavoro e nella vita. Ora ritornano in campo i licenziamenti e riparte la trattativa – e la lotta.

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