Il pareggio di bilancio (art.81 della Costituzione) e il nuovo ciclo di privatizzazioni

articolo 81La nuova ondata di privatizzazioni (Poste, Ferrovie dello Stato, oltre ai vari servizi degli enti pubblici e di pezzi di sanità) si afferma con l’alibi dell’articolo 81 della Costituzione, introdotto nel 2012 nella totale assenza di dibattito pubblico e di opposizione politica. Se non si può fare spesa in deficit per migliorare o anche solo per mantenere i servizi pubblici, occorre (s)venderli ai privati. Sono quasi 40 anni che si dimostra che la cosa non funziona e sono quarant’anni che la retorica liberista ha il sopravvento: occorre cambiare l’ordine del discorso, contestare la legittimità dell’articolo 81 e riaffermare la pianificazione statale e la funzione sociale dell’economia.

Articolo di Militant del 2 dicembre 2015

L’approvazione del nuovo articolo 81 della Costituzione, avvenuta con il consenso di tutto l’arco parlamentare nel maggio 2012, è all’origine del nuovo paradossale ciclo di privatizzazioni dei restanti lembi di economia pubblica italiana. Nel giro di pochi mesi sono state privatizzate Poste e Ferrovie (quest’ultime ancora in corso di privatizzazione), gli ultimi due colossi economici ancora di proprietà statale, senza che nessuno abbia avuto da ridire e anzi con il benestare di tutte le forze politiche. Le stesse che da anni spingono per la definitiva privatizzazione di tutta l’economia “municipalizzata”, quella cioè legata ai servizi pubblici comunali. E questo per l’ormai dichiarato motivo per cui se tra ceti politici c’è una lotta allo spodestamento del gruppo concorrente, socialmente tutti i “rappresentanti” politici in parlamento condividono lo stesso modello economico, il liberismo, nelle sue vesti corporative (centrodestra) o transnazionali (centrosinistra). Se però nel precedente ciclo di privatizzazioni, tra la metà degli anni Novanta e i primi Duemila (sempre inequivocabilmente a trazione centrosinistra, tanto per non confondere i protagonisti in campo), le giustificazioni erano sostanzialmente di due tipi: da una parte “fare cassa” con la vendita di determinati beni pubblici; dall’altra migliorare l’efficienza delle imprese sottratte al controllo statale, oggi è intervenuta una nuova e più sottile opera di convincimento: la privatizzazione è la soluzione al problema degli investimenti produttivi, investimenti impossibilitati allo Stato per via del “debito pubblico” o dei “vincoli europei” (qui, quo e qua per rendersi conto di cosa parliamo, ma ancora qui). Ci troviamo di fronte però ad un paradosso zenoniano, stranamente poco rilevato da chi vorrebbe opporsi al governo Renzi. Secondo tutti gli analisti economici, l’unico modo per far ripartire la domanda e dunque l’occupazione è quello di far ripartire gli investimenti. Questi però sono vietati costituzionalmente, visto che l’articolo 81 impone allo Stato (ad ogni livello amministrativo, dal governo alle regioni ai comuni) il pareggio di bilancio quindi vieta deficit economici. L’investimento è però, per definizione, una spesa anticipata, investita – per l’appunto – dunque è una forma di deficit economico. Se però questo è vietato legalmente, l’unica possibilità d’investimento non può che provenire dal settore privato. Tale paradosso è riproposto a giustificazione di ogni processo privatizzante. Ad esempio, la giunta Marino (quello di sinistra, il menopeggio, paladino dei sinceri antifascisti e oggi dei nostalgici del Pds) ne ha fatto un punto dirimente della propria vicenda politica capitolina. Il sillogismo è (apparentemente) lineare: i servizi di Ama e Atac vanno migliorati, per migliorarli bisogna investire molto denaro, il Comune di Roma non può investire perché non può fare deficit, dunque l’unica soluzione è vendere (Esposito in alcune riunioni aveva parlato addirittura di regalare) ai privati. Non fa una piega. E’ chiaro che se si ragiona solo a valle del ragionamento (i servizi – o più in generale l’economia – pubblica va migliorata nel quadro condiviso imposto dall’articolo 81), l’unica soluzione diventa quella di svendere il più possibile tutte le aziende pubbliche ai privati. Anzi, sempre partendo dalla fine, appare sensata anche la provocazione di Esposito: se l’unico modo per migliorare il servizio è l’investimento privato, meglio regalare le aziende che farle pagare, almeno si liberano risorse per ulteriori investimenti. Evidentemente il discorso va preso a monte, all’origine del cambio di paradigma politico che ha derubricato il senso della nostra Costituzione, perché altrimenti il paradosso di Esposito rischia di apparire condivisibile, e infatti così appare per vasti strati di opinione pubblica ormai convinti che l’unica soluzione per riattivare gli investimenti sia la privatizzazione generale dell’economia.

Come rilevato lucidamente da Vladimiro Giacché nel suo ultimo libro, il senso complessivo degli articoli fondamentali della nostra Costituzione, che di fatto hanno impresso una direzione al nostro sviluppo economico, è quello per cui lo Stato si impegna attivamente alla rimozione degli ostacoli di ogni tipo all’eguaglianza dei cittadini. A tal fine ha imposto (non consigliato o raccomandato, ma sancito obbligatoriamente) la persecuzione di precisi diritti individuali e collettivi (i vari diritti inviolabili: salute, istruzione, lavoro, associazione, domicilio e via dicendo). Tali diritti non rispondono a logiche economiche, vanno assicurati a prescindere. Le aziende statali che in qualche modo hanno a che fare con i diritti inviolabili dell’uomo sanciti in Costituzione hanno come obiettivo allora quello di assicurare il determinato servizio, non di produrre profitti. La questione, di per sé ovvia nella Prima repubblica, ha subito un rovesciamento con il graduale processo di “managerializzazione” dei dirigenti pubblici. Di colpo l’obiettivo prioritario delle aziende pubbliche non è stato più quello di assicurare un servizio (d’altronde già pagato dalle tasse), ma realizzare un margine economico, cioè migliorare i conti aziendali cercando di produrre profitti. Questo fatto oggi viene dato per assodato ma così non è, perché mentre un impresa privata non opera(va) nel campo dei diritti fondamentali dell’uomo, le aziende pubbliche (o alcune di esse), garantiscono proprio quei diritti. Le ferrovie, le autostrade e i trasporti pubblici urbani riguardo al diritto allo spostamento; le Poste per il diritto alla corrispondenza e alla comunicazione; le aziende dell’energia (ad esempio l’Enel), per l’assicurazione dei servizi legati alle utenze di vario tipo, e così dicendo per ogni ramo dell’economia pubblica. In altre parole un servizio va (andava) garantito anche se questo fosse in perdita, perché appunto legato ad un diritto. Se però il paradigma viene ribaltato e al centro viene posto l’equilibrio dei conti e il possibile profitto, gli unici servizi possibili divengono quelli economicamente sostenibili, mentre quelli che non lo sono vengono automaticamente tagliati. In aggiunta, proprio in funzione del “miglioramento dei conti”, si è proceduto nel tempo ad un innalzamento vertiginoso delle tariffe legate ai vari servizi. In questo senso risulta esemplare la risposta data a Susanna Tamaro da Mauro Moretti, ex ad della Ferrovie. Alla scrittrice, lamentandosi della mancanza di collegamenti tra alcune città italiane, veniva risposto che “in Friuli Venezia Giulia non c’è mercato e non investiamo”. In tale frase è racchiusa la rivoluzione copernicana avvenuta nel nostro paese (ma più in generale in tutta Europa), tra diritti inviolabili e risultato economico. Si investe dove c’è mercato, si tralascia il resto. Per cui oggi è più confortevole viaggiare tra Roma e Milano col Freccia Rossa piuttosto che l’interregionale degli anni Ottanta, ma quello che era un diritto (a spostarsi lungo tutto il territorio nazionale), è divenuto un privilegio (i prezzi del servizio escludenti gran parte della popolazione), e soprattutto il prezzo del miglioramento di una tratta viene pagato abolendo le tratte meno redditizie, impedendo fisicamente gli spostamenti a chi risiede lontano dai maggiori centri urbani del paese.

Arrivando ad oggi, la situazione paradossale, come dicevamo, è dunque questa: lo Stato per riattivare la domanda dovrebbe investire ma lo stesso Stato è impedito ad investire da una norma costituzionale votata da tutta la politica nazionale (pure dai malpancisti keynesiani, dai possibilisti, dai leghisti, eccetera). In un quadro del genere, bloccato dal pareggio di bilancio, l’unica politica di investimenti possibile è quella del settore privato, e questo è il motivo alla base dell’assuefazione generale, della rassegnazione, alla privatizzazione inevitabile. Meglio un investimento privato che nessun investimento, è il sillogismo introiettato dall’opinione pubblica, in questo facilitata dal pensiero unico politico-mediatico. E’ un escamotage retorico che sterilizza ogni credibilità di un opposizione alle privatizzazioni, perchè apparentemente entra in contraddizione con una politica di investimenti che è la sola opzione al ritorno all’occupazione. E’ allora uno dei terreni da cui ripartire, dalla radicale riformulazione dell’articolo 81 della Costituzione, e questa dovrebbe essere una delle pregiudiziali attraverso cui testare l’alternativa tra le varie proposte politiche in campo.

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