Appunti e spunti del Sial Cobas per un dibattito su Pubblica Amministrazione e lavoratori pubblici.

Pubblico ImpiegoAppunti e spunti del Sial Cobas per un dibattito su Pubblica Amministrazione e lavoratori pubblici.

Con l’affermazione del neoliberismo il capitalismo ha iniziato una lunga azione di attacco ai servizi pubblici: dalla messa all’indice dei servizi e dei lavoratori pubblici, al conseguente processo di esternalizzazioni e privatizzazioni (tutt’ora in corso), dal blocco degli stipendi e del contratto (da poco dichiarato incostituzionale), alla creazione di un’elite di dirigenti ben remunerati.

Alla più o meno marcata condiscendenza dei sindacati Confederali non si è saputa contrapporre con sufficiente forza l’azione dei sindacati autonomi (o di base). Ancora troppo piccoli e incapaci di coordinarsi in un fronte comune, hanno ottenuto poco in questi anni, aumentando il clima di sfiducia tra i lavoratori. Come Sindacato Autorganizzato dei Lavoratori, noi del Sial Cobas riteniamo che il nostro compito sia, a partire dalle nostre deboli forze e nelle situazioni in cui siamo presenti, continuare a stare in tutte le lotte che si svilupperanno, anche ente per ente, stimolando e favorendo un processo di partecipazione delle e dei dipendenti. Dobbiamo impegnarci a contattare eventuali realtà nuove che vogliano fare esperienze sindacali diverse da quelle offerte dai confederali, mantenendo e in alcuni casi sviluppando il dialogo e le esperienze di unità con le organizzazioni sindacali di base disponibili.

Un lungo processo di ristrutturazione…

Con l’affermazione del neoliberismo il capitalismo ha iniziato una lunga azione di attacco ai servizi pubblici. Obiettivo era ed è quello di rendere privata o privatizzabile qualunque impresa e attività gestita dallo stato con lo scopo di far rendere produttori di profitti i servizi sociali, dalla sanità alla scuola, le pensioni, i trasporti ecc . Tutto ciò che lo Stato aveva e gestiva fino a quel momento diveniva terreno di conquista e tutto quello che formava il cosiddetto stato sociale di un paese veniva messo sotto attacco.

Privatizzazioni ed esternalizzazioni

Per favorire la privatizzazione dei servizi si è incominciato ad attaccare la natura pubblica degli stessi attraverso un assalto combinato tra tagli dei finanziamenti pubblici, ristrutturazioni di attività, creazione ad hoc di disservizi, esternalizzazione di attività precedentemente svolte da dipendenti interni combinate con campagne di stampa tese a dipingere il pubblico come un male.

Una riforma infinita

Per realizzare le politiche brevemente richiamate sopra, i vari governi che si sono succeduti (indipendentemente dalle forze politiche che si alternavano alla sua guida) hanno iniziato a produrre “riforme” della P.A. una dietro l’altra e a volte anche in contraddizione tra loro. In particolare dal 2009 ad oggi la corsa si è accelerata e sono state prodotte leggi su leggi, disposizioni e circolari che hanno messo la P.A. in seria difficoltà fino ad arrivare a prevedere addirittura la soppressione di interi enti territoriali (vedi legge Delrio sulle province). Insomma stiamo assistendo al fiorire di un complesso di norme che stanno stravolgendo funzioni e compiti dei vari enti pubblici.

Blocco degli stipendi e dei contratti

Questo processo si è accompagnato ad un attacco senza precedenti contro il lavoro pubblico e i dipendenti pubblici. La campagna mediatica martellante contro i dipendenti pubblici sfociava nel blocco dei contratti nazionali (fermi dal 2009). Da allora si è venuta sviluppando un’opera di smantellamento della contrattazione nazionale e decentrata per come si era sviluppata all’interno degli enti e delle amministrazioni (vedi contratti su ordinamento professionale). I contratti decentrati, privi sempre più di risorse visti i vincoli di spesa sul personale, sono incorsi nella nullità dei contratti decentrati decretata per legge. E come se non bastasse sono iniziate le interpretazioni unilaterali da parte dell’Aran su istituti contrattuali (permessi ecc.) a cui gli enti dovevano attenersi, e gli interventi del MEF e della Corte dei Conti, con ispezioni negli enti sulla contrattazione decentrata in vigore che hanno portato in alcuni casi ad annullare i contratti decentrati, riscrivendo i criteri di attribuzione delle indennità in vigore nonostante i tentativi di resistenza dei lavoratori che venivano attaccati.

Quando si parla di blocco dei contratti questo non significa però che il blocco degli stipendi sia stato per tutte e tutti. Non è un caso che le norme prevedessero, contestualmente al blocco degli stipendi per la maggioranza dei dipendenti, la possibilità di aumenti di stipendi per coloro a cui si assegnavano nuovi incarichi di responsabilità. L’assegnazione di incarichi ad hoc favoriva la formazione di una nuova gerarchia di comando, collocata a diretto contatto con i dipendenti, e che svolge ruoli e compiti prima assegnati ai dirigenti (vedi posizioni organizzative). Mentre questo accadeva, ai dirigenti (negli enti in cui sono presenti) si aumentavano a dismisura i poteri di controllo e gli incarichi sempre con incremento degli emolumenti.

CGIL,CISL e UIL e sindacalismo cosiddetto autonomo

I tre sindacati confederali hanno giocato un ruolo fondamentale nel sostegno a questo attacco ai dipendenti e alla Pubblica Amministrazione. Alcuni più spudoratamente di altri, vedi la CISL, si sono collocati direttamente a sostegno di qualunque porcata venisse fatta, ricevendo in cambio dal governo o dalle amministrazioni favori sia a livello nazionale che locale, un modo per elargire a iscritti e sodali briciole dei favori che rimanevano. Ma anche gli altri due sindacati che hanno fatto finta di opporsi formalmente alle misure prese, CGIL e UIL, si sono limitati ad accompagnare questo periodo e questi attacchi senza mai contrapporsi veramente alle misure, cercando anzi di frenare la mobilitazione che si sviluppava per evitare di generalizzare le mobilitazioni di resistenza che partivano, lasciandole isolate, in balia degli eventi e preparando/accompagnando le sconfitte delle mobilitazioni. Il loro lavoro è stato, situazione per situazione, quello di cercare di convincere le lavoratrici e i lavoratori che qualcosa si doveva mollare per non peggiorare ulteriormente la situazione, magari accontentandosi del “meno peggio” che alla fine si svelava essere la preparazione al sempre peggio per i dipendenti.

Veramente un grosso e sporco lavoro per far radicare un clima di sfiducia e scoraggiamento tra i lavoratori.

Isolare le lotte e non sviluppare una vera mobilitazione generale, sola condizione che avrebbe potuto permettere di ricreare la fiducia sulla propria forza come dipendenti pubblici e frenare, almeno questo, la portata dell’attacco scatenato dai vari governi.

Proprio per questi ruoli e per il clima di sfiducia, oltre al fatto che loro possono favorire clientele per i loro iscritti, CGIL, CISL e UIL hanno potuto mantenere il controllo sulla stragrande maggioranza dei lavoratori pubblici, confermandosi nettamente maggioritari intorno all’80% alle ultime elezioni delle RSU. Non esiste altra spiegazione per questo risultato. Ma anche i sindacati cosiddetti autonomi non sono stati da meno dei confederali e dove ne avevano la possibilità si sono comportati, alla faccia delle loro proclamazioni bellicose, nello stesso modo dei Confederali.

Il sindacalismo “alternativo” e/o di base

I sindacati “alternativi” e/o di base in questo contesto da un lato hanno confermato di essere ancora troppo piccoli e non radicati significativamente in alcuni luoghi centrali dello scontro, dall’altro hanno continuato e continuano a litigare e a farsi la guerra tra loro dove sono presenti contemporaneamente.

Questi due fattori uniti hanno fino ad ora impedito che potessero apparire un’alternativa credibile ai confederali. Anche USB, che rimane il sindacato più presente nel pubblico, marca il passo e al di là della sua megalomania e del settarismo di organizzazione si trova paralizzato e incapace di sviluppare un’iniziativa che vada al di là della semplice propaganda di sigla.

Sembra ancora lontana la comprensione da parte del sindacalismo “alternativo” e di base della necessità di tentare di aprire un confronto unitario cercando di massimizzare le esperienze fatte da ognuno. Sono oggi in difficoltà e inadeguati a fornire una alternativa nazionale nella P.A..

Nel nostro piccolo abbiamo fatto il tentativo, a partire dalle elezioni per il rinnovo delle RSU, di mettere a lavorare insieme alcune realtà sindacali di base presentando una sola lista in alcune situazioni lavorative.

Attualmente, anche se con difficoltà, continua un lavoro unitario nelle stesse situazioni di ente dove si è fatto questo esperimento di iniziativa unitaria. Su questa piccola esperienza dovremmo fare un bilancio anche nell’assemblea degli iscritti. La valutazione è infatti contradditoria e non ha portato ai risultati che ci aspettavamo in termini di consenso tra le lavoratrici e i lavoratori. Discutiamo collettivamente di come gestire adesso le iniziative unitarie in quelle situazioni, e cerchiamo di capire perché nelle situazioni dove da più tempo le organizzazioni sindacali di base sono presenti, i risultati sono al di sotto delle aspettative, mentre nelle nuove situazioni si registrano più facilmente risultati positivi.

Le lavoratrici e i lavoratori pubblici

Una cosa è certa: tra le lavoratrici e i lavoratori pubblici in Italia non sembrano intravedersi segnali di reazione all’altezza della situazione, né di lotte ampie e generali. Così come difficilmente si intravede una fase di radicalizzazione degli stessi. La fase di curiosità e di attenzione rispetto alla possibilità di avere il rinnovo del CCNL, aperta dopo la sentenza della cassazione, si sta chiudendo, anche se rimane la voglia di capire cosa sta succedendo. Se si aprirà una fase di contrattazione nazionale questa sarà economicamente al ribasso, mentre vedrà l’introduzione della mobilità e la gestione di un’ulteriore fase di ristrutturazione negativa della P.A. attraverso la realizzazione di obbiettivi ancora incompiuti dalla riforma di Brunetta (riduzione dei comparti e meritocrazia spinta). Questo non significa che non ci saranno lotte di resistenza in risposta ad esternalizzazioni, processi di riorganizzazione e/o soppressioni di enti, ma esse saranno difficilmente generalizzate e non si porranno lo sbocco generale di cui hanno bisogno, visti gli attuali rapporti di forza sindacali.

I nostri compiti

A partire dalle nostre deboli forze e nelle situazioni in cui siamo presenti, si dovrà continuare a stare in tutte le lotte che si svilupperanno, anche ente per ente, stimolando e favorendo un processo di partecipazione delle e dei dipendenti. Dobbiamo impegnarci a contattare eventuali realtà nuove che vogliano fare esperienze sindacali diverse da quelle offerte dai confederali, mantenendo e in alcuni casi sviluppando il dialogo e le esperienze di unità con le organizzazioni sindacali di base disponibili.

Tutto il nostro lavoro dovrà favorire lo sviluppo di esperienze collettive di lavoro al nostro interno e coi lavoratori.

A livello nazionale dovremmo verificare con le realtà sindacali di base disponibili, oppure a partire dai delegati RSU indipendentemente dalla loro adesione di sigla, la possibilità di attivare campagne di movimento su contratto e contrattazione, salario, occupazione e diritti. Devono essere campagne di sensibilizzazione tra i lavoratori e dove possibile di organizzazione di forme di dissenso verso la politica governativa e/o sindacale egemone, cercando di costruire iniziative a livello sia locale, sia nazionale.

Insomma, se sono vere le cose che abbiamo sostenuto fino ad ora la situazione non è delle migliori, ma contemporaneamente esiste la possibilità, più per l’iniziativa della controparte, che si inneschi una dinamica di lotte e movimento. Noi dobbiamo starci e misurarci con questa realtà, con un atteggiamento unitario soprattutto con i lavoratori e le lavoratrici ma anche rispetto agli altri sindacati di base. Dobbiamo lavorare per favorire nelle iniziative e nelle mobilitazioni la politicizzazione di settori di lavoratrici e lavoratori attraverso una costante iniziativa di chiarificazione e documentazione. Dovremo pensare quindi anche come rendere il sindacato un po’ più efficace di quello che è oggi e di quale politica di formazione abbiamo bisogno per i nostri delegati e le nostre delegate.

Per favorire il nostro confronto bisogna mettere in campo e provare a realizzare riunioni mensili di confronto.

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