Quale futuro per gli educatori dei CDD (centri diurni disabili)?

Una bozza di ragionamento e proposta di azione per i CDD e gli educatori professionali sanitari e gli educatori in scienze della formazione.

Il bando preparato dalla Azienda Speciale “Insieme per il Sociale” è stato bocciato dal TAR della Lombardia perché non rispettoso delle norme che stabiliscono la presenza di un Coordinatore e di educatori professionali con formazione ad indirizzo sanitario.

Il bando per la gestione di tre CDD (Centri Diurni Disabili), uno di Cinisello B. e due di Cusano M.no, avrebbe dovuto entrare in vigore a luglio 2015. Fino ad allora in regime di proroga la Coop. Solaris con circa 40 addetti gestirà il servizio a nome e per conto della azienda “Insieme per il Sociale” istituita dai comuni di Cinisello B., Cusano M.no, Cormano e Bresso. Un quarto CDD è sotto il controllo di “Insieme per il Sociale” con personale in distacco dalla ASL di Monza e Brianza. Il servizio dei CDD con presenza di disabili gravi è un servizio di particolare interesse sociale e molto delicato tant’ è che il bando, anche su sollecitazione dei sindacati e dei genitori riuniti in assemblea nel marzo 2014, prevedeva sia la continuità educativa, che il mantenimento dell’attuale personale oltre ad altre garanzie. La causa legale intentata dall’Associazione Senza Limiti è stata vinta senza colpo ferire tanto che l’azienda “Insieme per il Sociale” ha scelto di non presentarsi all’udienza, chiedendo una sentenza breve allo scopo di avere un responso nel più breve tempo possibile. La Regione Lombardia è stata estromessa dalla causa perché non ritenuta dal TAR interessata. Non è chiaro e comunque è contraddittorio quanto si vocifera sul possibile ricorso al Consiglio di Stato da parte dell’azienda soccombente.

Qual è il motivo del contendere e perché ci troviamo in mezzo al guado?

I primi servizi per i disabili sono stati istituiti dai Comuni con il nome di CSE (Centri Socio Educativi), un servizio per le disabilità meno gravi. Successivamente, in ambito sanitario, sono nati i CDD (Centri Diurni Disabili) per i disabili più gravi. Nel caso di Cinisello Balsamo e comuni limitrofi fino a poco tempo fa il CDD era gestito direttamente dalla ASL, che a causa del blocco delle assunzioni ha dovuto fare ricorso a personale esterno proveniente dalle cooperative.

Serve ricordare che le prime cooperative sono nate come luoghi di sperimentazione di servizi nuovi e innovativi, per diventare, progressivamente negli anni, dei servizi sostitutivi del pubblico con personale a bassi salari. Recentemente ASL e Comuni, non potendo (o forse non volendo), fare rinascere i CDD quali servizi pubblici hanno creato l’azienda speciale “Insieme per il Sociale” per gestire il servizio, appaltandolo tramite gara pubblica a una cooperativa.

Il CDD è un servizio caratterizzato da una forte integrazione socio sanitaria per dare risposte appropriate a persone il cui bisogno non è ridotto ad un ambito medico clinico, ma nemmeno è ad esso estraneo. Il diritto alla salute si rappresenta come diritto complesso, riferito agli articoli 3, 32 e 41 della Costituzione i cui principi, sono stati portati ed esplicitati nella legge 833 del 1978 (di Riforma Sanitaria).

La Conferenza Stato Regioni è il luogo dove si dovrebbero definire, sulla base della Convenzione di New York (trasformata in legge) e delle direttive europee, i servizi e le strutture concrete per dare dignità ai disabili. Si deve tendere, per raggiungere lo scopo, a formare gli operatori con un elevato livello di preparazione che superi la discutibile pratica della mera custodia e assistenza. La normativa italiana stabilisce che vi debbano essere operatori laureati di provenienza dalle facoltà di pedagogia (classe di laurea 19) e di medicina (classe di laurea SNT2) proporzionali alle condizioni dei cittadini disabili, utenti dei servizi. Appare corretto, in relazione agli utenti dei CDD, che gli educatori professionali socio sanitari debbano prevalere su quelli con preparazione pedagogica. Non per medicalizzare, ma per comprendere e sostenere i soggetti affetti da maggiore gravità. In ogni caso, pur in ritardo, la definizione che prima o poi avverrà non potrà che andare in questa direzione.

In regione Lombardia secondo i dati del 2012 ci sono 261 CDD che danno accoglienza a 7.225 persone e 87 RSD accreditate dove sono ricoverate 4.273 persone. Nelle 176 CSS accreditate abitano 1.395 persone con disabilità grave. La composizione del personale nel 2012 è la seguente: gli educatori provenienti da scienze dell’educazione (classe 19) sono 1.114; gli educatori professionali con laurea sanitaria classe 2 sono 600. Ci sono poi altri 416 lavoratori con deroga ASL (definiti senza titolo di studio) e 28 non specificati. Quindi il totale di 2.158 lavoratori dei CDD vede una realtà con presenza di titoli diversificata. Nelle 87 RSD i 1.209 educatori si dividono così:  917 sono educatori provenienti da scienze dell’educazione (classe 19); 216 sono gli educatori professionali con laurea (classe 2) di tipo sanitario, mentre 75 sono senza titolo (con deroga ASL) e 1 non specificato.

E’ necessario che le Regioni, a partire, nel nostro caso, da Regione Lombardia, stabiliscano con chiarezza, secondo la legislazione ricordata:

– la proporzionalità dei titoli dei dirigenti e degli educatori in relazione al numero e alla composizione degli utenti che hanno diritto a minimo 600 minuti settimanali di assistenza fino ai 1.300 minuti se disabili gravissimi;

– la valorizzazione dei titoli acquisiti e delle esperienze e aggiornamenti da parte di chi già è presente ed opera nei servizi;

– la formazione necessaria per chi già opera nei servizi e vuole raggiungere la dovuta specializzazione, calcolata in programmi, ore, frequenza con le dovute facilitazioni contrattuali.

Se la Regione, come è probabile, non è in grado di decidere da sola, almeno si faccia parte attiva per far decidere ai livelli più alti, ovvero la Conferenza Stato Regioni. Lo stesso dicasi per i Comuni coinvolti, le forze politiche del territorio e non solo.

E’ necessaria una forte pressione delle associazioni, dei Sindacati e dei lavoratori affinché la Conferenza Stato Regioni decida di mettere ordine al settore confermando per il futuro la scelta – non esclusiva, ma prevalente – di puntare all’educatore professionale sanitario e quindi decidere, tenendo conto della legislazione europea, di stabilire l’equipollenza tra titoli diversi e corsi aggiuntivi realizzati nella vita lavorativa e, in considerazione dell’esperienza accumulata, i nuovi corsi di aggiornamento eventualmente necessari.

La Conferenza Stato Regioni dovrebbe definire la equipollenza dei titoli acquisiti precedentemente alla legge del 2000. Andrà prevista una sanatoria in itinere (cosa già realizzata anche per altri settori negli anni scorsi).

Nel caso di nuovi bandi si deve ragionevolmente tenere conto della legge e andare, nel caso di nuove assunzioni, verso l’ampliamento della presenza dell’area degli educatori professionali ad indirizzo sanitario.

Così come si dovrà programmare tra le Regioni e la Università di Medicina corsi e posti per i laureati necessari sulla base del prevedibile fabbisogno del settore. La situazione di confusione attuale potrà continuare così per altro tempo indefinito. Dal momento che verranno precisate secondo le leggi la situazione cambierà.

Dal punto di vista sindacale è possibile e necessario organizzarci per salvare il posto di lavoro ai lavoratori attualmente presenti nel settore a determinate condizioni. Ai lavoratori e alle lavoratrici interessati/e si potranno e/o si dovranno chiedere ore di formazione aggiuntiva, facilitandone la frequenza, senza alcuna riduzione salariale, come condizione per continuare a lavorare nel settore anche nel caso di cambio di azienda. Per questo abbiamo bisogno del sostegno degli educatori, dei lavoratori che vogliono restare a lavorare e a prestare la loro opera in un settore così delicato.

Il miglioramento della qualità del servizio alla disabilità è possibile e definibile in modo generale solo se resta in ambito sanitario.

L’attuale tendenza governativa e non solo, di spostare settori di sanità pubblica a strutture assistenziali private convenzionate o, peggio, semplicemente private, deve essere tenacemente combattuta. Non è vero che mancano le risorse, manca solo la volontà di destinarle alle necessità del servizio pubblico, piuttosto che ad altro tipo di spese.

Perciò è interesse del disabile, delle famiglie e dei lavoratori che i problemi vengano affrontati e risolti nel migliore dei modi.

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