Referendum trivelle: il governo tenga fede agli impegni presi nella COP21 per il progressivo abbandono delle fonti fossili

Renzi Cop 21Alla delusione per il mancato raggiungimento del quorum referendario, per quanto messo in conto, si aggiunge lo sconforto per l’ulteriore disinformazione che abbiamo dovuto subire con la dichiarazione di Renzi “10mila posti di lavoro sono stati salvati”.

Abbiamo già spiegato come l’aspetto occupazionale fosse una bufala, perchè al massimo erano coinvolti 200 posti di lavoro nei prossimi 5-10 anni. E perchè il passaggio alla mobilità elettrica, il rilancio delle rinnovabili e l’investimento nell’efficienza energetica degli edifici porterebbero a migliaia di nuovi posti di lavoro. 

Ma quello che più viene da chiedere al Premier è che cosa pensa di fare l’Italia per porsi sulla strada della decarbonizzazione o anche solo avvicinarsi agli obiettivi che si è prefissata lo scorso dicembre alla Conferenza internazionale sul clima tenutasi a Parigi e nota come COP21.

Da dove si può cominciare ad imprimere un’accelerazione alle politiche di progressivo abbandono delle fonti fossili se non ponendo un limite alla ricerca e allo sfruttamento degli idrocarburi nei nostri mari e nel nostro suolo? Idrocarburi che tra l’altro concediamo ad aziende private (ENI ed Edison in primis), che versano royalties irrisorie e da cui dobbiamo acquistare energia con denaro sonante?

Pubblichiamo uno stralcio dall’articolo di Leonardo Berlen, del 18 aprile 2016, tratto dalla rivista online Quale energia?

L’energia è una materia che è stata sempre dominio di una casta di esperti e di alcune grandi organizzazioni legate alle società energetiche. Questi “sacerdoti” detenevano le chiavi della conoscenza di questo mondo e lo governano con proprie leggi, quelle tipiche di un modello di generazione centralizzata, concentrato nelle mani di pochi soggetti: era il pensiero tradizionale dell’energia. Tutti gli altri, i consumatori, dovevano solo spingere l’interruttore e azionare la pompa di benzina, e pagare. Le scelte venivano fatte da altri. La domanda era, per così dire, rigida.

Il mondo è un bel po’ cambiato in questi ultimi dieci o quindici anni (che in tempi energetici sono comunque un breve periodo), ma l’argomento energia è ancora considerato “elitario” dalla stragrande maggioranza della popolazione. E forse anche per questo il referendum di domenica 17 aprile non ha scaldato due terzi del paese.

Per avvicinare il tema dell’energia a tutti e trasformare il sistema energetico, come per qualsiasi mutamento radicale dell’economia e della società, non si può sperare in episodici interventi della politica o, magari, di un insieme di Stati nazionali che si accordano al ribasso su quali dovranno essere i nostri obiettivi di rinnovabili o di efficienza energetica da qui a 15 o 20 anni. Non si è mai vista una “rivoluzione” pilotata dalle stesse forze che sono strettamente legate al sistema che si vorrebbe cambiare. Perché, sia chiaro, i grandi gruppi energetici e i governi erano e sono ovunque strettamente collegati tra loro, con tutto quello che ne consegue, corruzione inclusa. Questo è un fatto incontrovertibile.

Cambiare radicalmente il nostro modello di energia, e quindi anche i nostri consumi energetici, richiede, rispetto al passato, una differenza sostanziale: un elevatonumero di attori coinvolti. Prima erano pochi, domani dovranno essere una moltitudine. Un passaggio che è connaturato a quella che si chiama generazione energetica distribuita o decentralizzata.

Per questo motivo cambiare sarà possibile solo con una forte spinta dal basso, realizzata attraverso un processo probabilmente caotico, ma che dovrà essere sufficientemente accelerato, e allargato ad una pluralità di soggetti: cittadini, imprese, condomini, comunità, città, università, tecnici, costruttori, eccetera. Come favorire questa spinta?

Ognuno dovrà portare il suo piccolo contributo attraverso le sue scelte, come la sostituzione di una tecnologia con altre alimentate da energia rinnovabile, i suoi modelli di comportamento, le sue competenze, la capacità di trasferire informazioni e conoscenze. Non sarà qualcosa che seguirà una linea coerente e regolare. Sarà come acqua che si insinua ovunque trova una opportunità di passaggio, e sarà un processo inarrestabile.

Serve un mutamento culturale? Ma questo quasi sempre segue l’evoluzione di nuove tecnologie che diventano semplici da utilizzare, economiche e a disposizioni di tutti. Non basta solo l’afflato ambientalista oppure opporsi (anche se giustamente) ad una vecchia o nuova infrastruttura energetica centralizzata. Siamo sulla buona strada? Forse dovremmo avere meno aspettative nei governi, e più nell’innovazionee nell’informazione, che va aiutata e indirizzata. Diventare un po’ più acqua e meno picconatori.

A chi opera nel settore della green economy e alle associazioni di settore, bisogna chiedere tutti i giorni di rendere queste opzioni tecnologiche fattibili per tutti, abbassandone i costi, studiando nuove strategie di diffusione, di raccontare con i numeri e con gli esempi pratici quanto convengono alla famiglia, all’impresa, al paese. Bisognerà essere meno autoreferenziali: parliamo di tecnicismi con i tecnici e impariamo, invece, a spiegare in modo semplice al cittadino e all’imprenditore che qualificare energeticamente la propria abitazione o industria conviene e l’investimento si può ripagare in tempi brevi. Quando questa domanda sarà ancora più forte, rinnovabili ed efficienza energetica ancora più diffuse, anche la politica e la finanza saranno costretti ad accompagnarla.

Anche oggi un colpo al settore delle fonti fossili è ogni singola sostituzione di una caldaia a gas e di un’automobile a diesel o a benzina con tecnologie più pulite. Tra qualche anno quelle piattaforme e quel mancato quorum del referendum, allora, saranno solo uno sbiadito ricordo.

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