Latina, storico sciopero dei braccianti indiani contro i padroni del pontino

braccianti indianiNota introduttiva da Clashcityworkers.org. Articolo da Il Manifesto.

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Qualcosa di storico è accaduto nelle campagne romane e dell’agro-pontino: migliaia di braccianti stranieri sono scesi in piazza per manifestare per i loro diritti! La giornata di ieri infatti non è altro che il risultato di un fermento che già da qualche tempo anima questa zona rurale a sud di Roma. I lavoratori indiani hanno iniziato loro stessi ad organizzarsi per resistere nelle singole aziende, facendo piccoli presidi davanti ai campi, o occupando le serre, per chiedere le paghe arretrate, il versamento dei contributi, il riconoscimento delle giornate lavorate. E su questo ribollire è planato il sindacato, che con tanto ritardo prova finalmente a dare forma organizzata a una conflittualità che si è inevitabilmente sprigionata a partire da condizioni di lavoro inaccettabili e ormai ben note. Ovviamente rivolgendosi ai lavoratori come vittime passive e non soggetti che hanno deciso da sé di mobilitarsi e hanno dimostrato di esserne in grado.
E noi ovviamente ci auguriamo che non sia facile placarli con false promesse… e che quindi i lavoratori agricoli, indiani, africani, rumeni, italiani, continuino la lotta per migliorare le condizioni di lavoro di tutto il paese!

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Di Roberto Ciccarelli, da Il Manifesto del 19 aprile 2016

Per la prima volta duemila braccianti Sikh hanno scioperato e aderito alla manifestazione della Flai-Cgil. Chiedono condizioni di lavoro dignitose e salario equo. L’organizzazione ha portato alcuni risultati. In alcune aziende del pontino i braccianti hanno chiesto i salari arretrati, il riconoscimento dei giorni realmente lavorati in busta paga e il bonus degli 80 euro di Renzi. In molti casi risulta in busta paga, ma raramente arriva nelle tasche dei braccianti. I dati e i racconti di una condizione che coinvolge 20 mila persone, di cui 7 mila indiani

Dopo Nardò e Castelvolturno, un altro caso di auto_organizzazione dei migranti nel lavoro agricolo, supportati dal sindacato. Siamo a Latina dove i braccianti migranti indiani ieri hanno manifestato in circa 2 mila in piazza della Libertà. Hanno aderito allo sciopero indetto dalla Flai Cgil nell’agro Pontino per chiedere condizioni di lavoro e salario equo.

Una manifestazione da molti definita “storica”. Questi braccianti lavorano in serra e nei campi per 3.50 euro l’ora, meno della metà della paga stabilita dal contratto; l’orario di lavoro è senza regole e le condizioni in cui sono costretti ad alloggiare spesso sono indecenti. In questi mesi l’organizzazione ha portato alcuni risultati. In alcune aziende del pontino i braccianti hanno chiesto i salari arretrati, il riconoscimento dei giorni realmente lavorati in busta paga e il bonus degli 80 euro di Renzi. In molti casi risulta in busta paga, ma raramente arriva nelle tasche dei braccianti Sikh.

In piazza, la loro voce era amplificata da un microfono. Parlavano a bordo di un camioncino. Sul lato esposto davanti alla platea dei lavoratori seduti era esposto uno striscione con lo slogan: “Stesso sangue, stessi diritti”. «Siamo ragazzi come gli altri, non ce la facciamo a sopportare ritmi e carichi di lavoro disumani e ricevere 2 o 3 euro l’ora. Vogliamo il giusto e non vogliamo dare fastidio a nessuno», così hanno dichiarato dal palco. «Siamo costretti ad accettare 3.50 l’ora altrimenti il padrone dice che non ci fa il contratto e quindi non abbiamo più il permesso di soggiorno».

«Una piazza che chiede il rispetto dei contratti e chiede che il Ddl contro il caporalato sia approvato in tempi brevi e contenga tutte le misure che chiediamo per contrastare in modo efficace lo sfruttamento nei campi – ha detto Giovanni Mininni, segretario nazionale Flai Cgil – In Regione Lazio dal 2014 è ferma in Commissione una legge di contrasto al caporalato, è ora che questa legge sia approvata, lo chiediamo anche da questa piazza». «Da oggi – ha aggiunto il segretario generale Flai Cgil Lazio Pino Cappucci – parte un nuovo percorso insieme a tutta la comunità indiana, insieme a tutti quelli che credono in condizioni giuste di lavoro, contro ogni forma di sfruttamento, di ricatto e di lavoro para-schiavistico».

“Io non ho orario e carico tutto il giorno”

L’Italia è uno dei paesi di destinazione della migrazione proveniente dalla regione del Punjab indiano. Almeno 20 mila giovani la lasciano ogni anni. In larga parte la migrazione è regolare, e cresce da tempo al ritmo del 66% ogni anno. La Cgil ha calcolato che nella provincia pontina la comunità conta su 7 mila membri. Si è formata a partire dagli anni Ottanta e si è strutturata man mano che è emersa la richiesta di una forza-lavoro non qualificata nelle campagne del sud-pontino e nell’area vicina al parco del Circeo.

Un rapporto della cooperativa inmigrazione è particolarmente utile per descrivere la condizione di questi lavoratori.

Quello di ieri non è stato il primo sciopero che si è cercato di organizzare a Latina. Nel 2010 la Flai-Cgil cercò di organizzarne un altro, con esiti molto diversi. La testimonianza del sindacalista Nanda Singh, raccolta nel dossier, permette di comprendere le difficoltà presenti sul terreno:

“Nel 2010 con Flai facciamo sciopero con tutti i braccianti sikh a Latina, davanti a Prefettura – racconta – ma mattina tutti i sikh sono obbligati dal padrone a lavorare non a scioperare e nel pomeriggio molti sono venuti da Roma non da Latina, perchè quelli di Latina avevano paura del licenziamento o il padrone gli ha detto: tu non andare altrimenti non lavori più. E giorno dopo, molti lavoratori sikh senza regolare contratto, anche quelli che non sono venuti a Latina Punjab per sciopero, sono stati licenziati dal padrone che non li voleva più perchè troppo pericoloso per lui. Tutti i lavoratori sono stati poi per diversi mesi senza lavoro. E’ una situazione difficile”.

Altre testimonianze raccontano le ragioni di fondo che hanno portato ieri alla manifestazione:

“Da contratto io ho 8 euro, ma padrone mi dà 3 o 4 Euro, dipende da come vuole lui -à sostiene un lavoratore Come è possibile così vivere? (…) Io sono un bravo lavoratore, sempre zitto, mai problemi. Io non faccio come gli italiani che quando lavorano troppo, lasciano tutto e vanno via. Io sto sempre zitto e lavoro ma mai soldi, come è possibile? Sono stanco: due, tre, cinque mesi senza stipendio, non è vita così”

“Io lavoro in campagna. Vado in macchina con un amico dalle 6 alle 17-18. Dipende dal padrone: io non ho orario – racconta Hardeep, bracciante di 30 anni, residente in Italia da 7 – Carico tutto il giorno grandi camion con zucchine o verdura. (…) Il padrone è così così. Lavoro sempre senza mai ferie, ma non mi pagano: il padrone mi dà soldi una volta ogni 4-5 mesi. Così è difficile vivere. Sono in regola con i documenti e ho un contratto di lavoro regolare ma il padrone mi paga 100 o 200 euro ogni tanto, ma io voglio tutti miei soldi perché ho una famiglia in India, in Punjab, che ha bisogno dei soldi per vivere, cosa dico loro?”

“Qui funziona come tratta di essere umani, è una catena. Ci sono persone italiane che sono trafficanti e chiedono a amici sikh o indiani, trafficanti anche loro che hanno contatti in India o in Punjab, di far venire in Italia a lavorare i sikh – sostiene Nanda Singh, sindacalista, da 12 anni in Italia – I lavoratori in India pagano migliaia di euro al trafficante per venire qui a lavorare in campagna come schiavi. Loro pagano al trafficante che poi da soldi a altro trafficante indiano in Italia che prende soldi da imprenditore che poi non paga il lavoratore. Un amico ha pagato 3000 euro per un permesso di soggiorno che massimo costa 250 euro. In questo traffico ci sono italiani e indiani insieme che fanno soldi, business. Lo Stato deve intervenire!”.

Il cartello

Il segretario nazionale Uila Giorgio Carra (che è anche segretario Uila di Latina) ci permette di ricostruire la mappa di un “cartellò di aziende organizzate nel non rispettare i contratti, sfruttare e svilire lavoro agricolo” nella provincia Pontina. A differenza della Puglia, in particolare nella provincia di Foggia, a Latina i ghetti sono “quasi inesistenti perché in quest’area i lavoratori sono tutti residenti e vanno al lavoro con mezzi propri, molti in bicicletta”. Per Carra il vero problema è costituito da un “cartello di aziende”.

Ieri ha consegnato un esposto indirizzato all’ispettorato del lavoro, all’Inps e all’Agenzia delle Entrate per chiarire la condizione lavorativa in un indotto composto per un terzo da italiani, per un terzo da rumeni e dai braccianti indiani. “In questa area – scrive il sindacalista – i datori di lavoro godono degli sgravi contributivi riconosciuti alle aree svantaggiate e il contratto provinciale prevede una retribuzione giornaliera lorda di 55 euro per 6,5 ore di lavoro. Nella realtà, gran parte delle aziende agricole paga i lavoratori, sia italiani che stranieri, 30 euro al giorno per almeno 10 ore di lavoro, senza regolarizzare le giornate e non garantendo le coperture assistenziali e retributive previste dal contratto”.

Ancora più odiosa, la mancata corresponsione del cosiddetto “bonus Renzi di 80 euro al mese”. Risulta formalmente erogato ma viene indebitamente trattenuto dal datore di lavoro”. “Si tratta di una situazione inaccettabile – sostiene – rispetto alla quale sta crescendo il malessere dei lavoratori e la loro volontà di reagire; una situazione che peggiora di giorno in giorno, anche per la protervia di queste aziende che, sentendosi impunite, possono ricattare i lavoratori attraverso la minaccia del posto di lavoro”.

La Uil invita gli organi di controllo “ad assumere iniziative urgenti di controllo, repressione e dissuasione sulle aziende irregolari al fine di ristabilire la legalità e il rispetto della dignità delle persone e, allo stesso tempo, tutelare le aziende corrette che applicano i contratti e che sono vittime di questa autentica concorrenza sleale”.

Dopati per lavorare di più

Il racconto della vita dei braccianti indiani è stato arricchito dalle testimonianze rese ieri durante una riunione della commissione Antimafia del Lazio nella Sala Etruschi del consiglio regionale. Il caso di Latina è stato affrontato insieme a quello di Ostia, il municipio commissariato per mafia a Roma Capitale.

“I braccianti indiani lavorano circa 12 ore al giorno e sono completamente isolati per quanto riguarda la conoscenza dei propri diritti – ha spiegato Simone Andreotti di In-migrazione – in alcuni casi le persone hanno sborsato circa 2 mila euro per avere una carta d’identità e in molti casi viene favorita l’assunzione di sostanze dopanti affinché i braccianti reggano l’eccessivo peso del lavoro. Anche a Latina, seppur molto meno che in altre zone d’Italia, abbiamo raccolto denunce dalle donne, che lavorano nei campi, di abusi e violenze a opera dei caporali. Recentemente un bracciante indiano si è impiccato in una serra, stremato dalle condizioni di lavoro. A seguito di questo evento funesto gran parte della comunità sikh ha trovato il coraggio di cominciare ad organizzarsi e proprio oggi siamo reduci da una manifestazione in piazza a Latina. Queste persone non conoscono i loro diritti e non capiscono la lingua, i caporali diventano l’unico punto di riferimento per queste persone, che arrivano quindi a credere che il pagamento di 2/3 euro l’ora sia quello normalmente offerto in Italia”.

«Io lavoro dalle 12 alle 15 ore al giorno a raccogliere zucchine e cocomeri o con il trattore a piantare altri ortaggi. Tutti i giorni, anche la domenica – aveva raccontato il braccianti B. Singh nel 2014, a conferma delle parole del rappresentante di In-migrazione – Non credo sia giusto: la fatica è troppa e i soldi pochi. Perché gli italiani non lavorano allo stesso modo? Dopo un po’ ho male alla schiena, alle mani, al collo, anche agli occhi per via della terra, del sudore, delle sostanze chimiche. Ho sempre la tosse. Il padrone è bravo ma paga poco e vuole che lavori sempre, anche la domenica. Dopo sei o sette anni di vita così, non ce la faccio più. Per questo assumo una piccola sostanza per non sentire dolore, una o due volte durante le pause dal lavoro. La prendo per non sentire la fatica”.

Il presidente della commissione regionale Baldassarre Favar ha sollecitato i controlli degli ispettori del lavoro: “Ciò offrirebbe un’azione maggiormente repressiva del fenomeno del caporalato”. La vicepresidente della commissione, Marta Bonafoni, ha chiesto di rafforzare la vigilanza sui finanziamenti pubblici alle aziende agricole: “Destineremo importanti risorse all’agricoltura. Dobbiamo essere due volte attenti nel destinare i fondi perché rischiamo di finanziare non soltanto le aziende virtuose”.

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