Video dal convegno “campane a morto per il servizio sanitario nazionale?”: prevenzione e sicurezza non sono al centro della Riforma Maroni

Intervento di Marco Caldiroli, Presidente di Medicina Democratica, al Convegno “Campane a morto per il servizio sanitario nazionale?”, che si è tenuto al Palazzo Reale di Milano il 27 ottobre 2018.

Qualche stralcio dell’intervento:

“La politica sembra si sia data lo scopo di demolire il SSN tramite interventi di accompagnamento verso il privato, tramite le liste d’attesa, il definanziamento del servizio pubblico, investimenti che non finiscono sui servizi, con la riforma dei malati cronici lombarda ed ultimamente col balletto su intra moenia – extra moenia relativo alla libera professione dei medici del sistema pubblico. Medicina Democratica è stata in prima linea quarant’anni fa sia per il superamento del sistema mutualistico delle cure, sia per una configurazione del sistema sanitario nazionale, tale da garantire un intervento unitario sia su vita di fabbrica, che fuori, nell’ambiente circostante, quindi fondato in primo luogo sulla prevenzione e poi sulla cura e la riabilitazione.

L’elaborazione che ha portato alla riforma sanitaria nel ’78 ha spostato le competenze sulla vigilanza, la sicurezza e l’igiene del lavoro a livello regionale e nell’ambito della sanità in una visione complessiva correlata: sicurezza sul lavoro, salute ambientale e residenziale incentrata sulla persona. Come è noto, in precedenza la vigilanza era in capo ai ministeri del lavoro, quindi centralizzata. Con l’improvvido referendum del 1992 il collegamento fabbrica-residenza-ambiente è stato spezzato con la creazione dell’Agenzia di Protezione Ambientale ed è in atto la deriva dalle unità socio sanitaria locale (USSL) al modello aziendale della ASL – ora ATS. Un’organizzazione che mette al margine i cittadini, gli utenti, i lavoratori e anche gli enti locali, oggi appunto in una fase di distruzione complessiva dei principi e delle basi operative. La visione unitaria della Riforma Sanitaria del ’78  è stata via via abbandonata e e sarà completamente stravolta con questo passaggio alla cosiddetta “devoluzione completa” alle regioni delle competenze in materia di sanità e salute.

Regione Lombardia con la Riforma di Maroni delle strutture aziendali (ASST) conferma una tendenza al disinvestimento sul tema della sicurezza e più in generale sui servizi territoriali. Faccio un esempio: il giorno dopo la strage operaia all’azienda Lamina il governatore lombardo ha promesso, dopo anni di abbandono e di perdita di personale di contrastare il fenomeno infortunistico a partire dal reperimento di nuovo personale. Alla fine si è decisa l’assunzione di 45 persone. Il numero è il risultato contabile dalla distribuzione di un importo di oltre 8 milioni e 300mila euro costituito dai proventi delle sanzioni in materia di sicurezza sul lavoro erogati nel 2017 nei servizi di prevenzione della Lombardia. La distribuzione dei fondi è questa: 6milioni per le 45 assunzioni a tempo determinato per tre anni – persone che però saranno pienamente operative  al termine di quel periodo, perchè tecnici della prevenzione si diventa sul campo. Un milione, in strumenti e attrezzature e un milione per contratti libero professionali. Il tutto condito da un obiettivo dichiarato non di rafforzamento della vigilanza, ossia del prendere ed andare nelle fabbriche e nemmeno di revisione dei rapporti tra servizi sanitari e le realtà sociali e i lavoratori, ma indicando come obiettivo principale azioni di empowerment, ovvero di assistenza alle associazioni datoriali. Il passo è breve verso l’assistenza ai singoli datori di lavoro. Quindi anzichè vigilanza si finisce per fare una semplice consulenza. E nel frattempo si calano sugli operatori ulteriori incombenze burocratiche in nome dell’anti corruzione. Le ATS e in particolare quella di Milano, che è il risultato dell’accorpamento di ben quattro Asl, stanno smantellando i servizi territoriali periferici, nelle province di Milano e Lodi in particolare, in nome di una razionalizzazione che chiude sedi e deporta lavoratori. Tra i casi più recenti ricordo la ventilata chiusura del laboratorio di Parabiago che era impegnato nell’analisi delle acque a seguito del caso di legionella.

 

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