Sial Cobas: la marcia per il ritorno in Palestina

La marcia per il ritorno in Palestina

Il 30 marzo è da più di quarant’anni una data importante per la causa palestinese. Il 30 marzo 1976 sei palestinesi cittadini di Israele furono uccisi dai soldati israeliani nel corso di una protesta contro l’espropriazione di alcuni terreni arabi nel nord del Paese. Da allora, ogni anno migliaia di persone manifestano per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, marciando verso il confine con Israele.

Lo scorso 30 marzo le/i palestinesi di Gaza hanno cominciato una protesta più duratura, quella che va sotto il nome in inglese di #greatreturnmarch – Grande marcia per il ritorno. Da quel venerdì, per sei settimane, le/i palestinesi di Gaza hanno deciso di presentarsi ai “confini” con lo stato di Israele, nel nord della Striscia di Gaza, fino all’altra data simbolo del 15 maggio – giorno della “Indipendenza” per lo stato di Isralele, ovvero della Nakba (catastrofe) per le/i palestinesi che in quella data del 1948 vedevano avverarsi i loro incubi: la cancellazione di ogni presenza politica palestinese e la nascita della stato sionista.

Queste manifestazioni sono l’ennesimo tentativo delle donne e degli uomini palestinesi per riportare all’attenzione del mondo la loro resistenza, la loro causa, i loro diritti, la loro condizione quotidiana.

Non sono manifestazioni di questa o quella fazione o partito palestinese: tutta la società palestinese partecipa in qualche modo, e i gruppi diventano lo strumento per questa partecipazione.

Naturalmente il primo obiettivo è quello politico: le/i palestinesi rivendicano il diritto alla terra, la fine dell’occupazione israeliana – diretta in Cisgiordania, e mascherata dal blocco economico a Gaza – il diritto al ritorno dei profughi nella terra da cui sono stati espulsi. E questo obiettivo vede in prima fila le/i giovani, molto spesso stanche/i e deluse/i dal disastro politico delle leadership palestinesi – quella di Hamas come quella di Fatah e dell’Autorità nazionale – e per questo in prima fila nella resistenza di tutti i giorni e nelle manifestazioni.

Ma a spingere le/i palestinesi, soprattutto le/i più giovani, è la condizione di precarietà e di mancanza di prospettive sociali prima ancora che politiche.

Secondo i dati di OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs in the occupied Palestinian territory), il 41% della popolazione di Gaza e il 20% in Cisgiordania è disoccupata; il 47% a Gaza e il 16% in Cisgiordania non ha sicurezza alimentare; il consumo d’acqua procapite quotidiano è di 79 litri in Cisgiordania e 66 litri a Gaza, contro i 100 litri fissati come standard dall’Organizzazione Mondiale della Sanità; a Gaza, su una popolazione di 1,8 milioni di abitanti, 1 milione e 300mila sono dipendenti dagli aiuti umanitari – aiuti umanitari che sono diminuiti negli ultimi anni…

Solamente meno di 50 mila palestinesi della West bank lavorano legalmente in Israele, mentre si calcola che almeno 30 mila lavorino illegalmente e senza contratto. Si noti che in Israele ci sono circa 300 mila lavoratori e lavoratrici stranieri/e (50 mila dei quali filippine/i), trattati/e in maniera molto dura e sottoposti/e ad una legislazione draconiana.

Per non parlare della situazione disastrosa delle attività produttive e commerciali palestinesi. In particolare a Gaza, dove la situazione socio-economica risente fortemente dei 10 anni di blocco: da Gaza si esportavano 15.255 container di beni nel 2000 (escluso il traffico verso la West Bank), 9.319 nel 2005 e solo 837 nel 2016. E così Gaza e Cisgiordania sono invase da prodotti israeliani.

Non mancano naturalmente le organizzazioni sindacali, in Palestina, anzi negli ultimi anni sono nate nuove esperienze e gruppi indipendenti. Ma il loro compito è davvero difficile, perché si devono confrontare, prima ancora che con le condizioni e il rapporto sul posto di lavoro, con la mancanza di occupazione e con la situazione politica complessiva.

Senza voler continuare, è evidente che l’occupazione militare, la crescita degli insediamenti illegali in Cisgiordania, il blocco totale della Striscia Gaza, stanno rendendo sempre più dura la condizione delle/dei palestinesi – e che questo è solamente una piccola parte del progetto israeliano di “politicidio” dei palestinesi – cioè di cancellazione di ogni possibilità di partecipazione e di resistenza politica da parte delle donne e degli uomini nei territori ancora occupati. Dal 30 marzo sono oltre 40 i morti e migliaia i feriti, per la pesante repressione israeliana – che ha scelto la linea dura dello sparare nel mucchio per disperdere e terrorizzare i manifestanti.

E non certo per il pericolo diretto che non rappresentano in alcun modo, ma per il significato politico di una dimostrazione che mostra al mondo ancora una volta che il popolo palestinese esiste e resiste e che nessuna “soluzione” politica, nessun accordo di pace sulla loro testa potrà mai funzionare – senza il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese, quelli sanciti dalle norme internazionali e dalla giustizia: la fine dell’occupazione e dell’assedio delle terre arabe, il rispetto del diritto al ritorno per i profughi palestinesi e l’uguaglianza per i cittadini palestinesi in Israele.

Questi sono gli obiettivi sui quali è anche nata la campagna di “Boicottaggio, Disinvestimenti, sanzioni” (BDS), una lotta popolare diretta e non violenta per isolare la politica israeliana e sostenere la resistenza palestinese – simbolo delle molteplici resistenze globali. Per questo la Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta parteciperà attivamente alle iniziative che si faranno il 15 maggio 2018, per il 70esimo anniversario della Nakba.

(vedi anche: http://www.laboursolidarity.org/Palestine-70-ans-de-colonisation-d )

In questi giorni di manifestazioni palestinesi, noi siamo con loro, e rilanciamo la necessità di far crescere la campagna BDS.

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