Le uniche consultazioni che contano: la Banca Mondiale detta la linea

È proprio vero quello che si dice: in questo mondo non si possono mai dormire sonni tranquilli. Sono trascorsi due mesi dalle elezioni, ancora nessun Governo è all’orizzonte, i principali partiti italiani traccheggiano in trattative (presunte o tali) inutili e, cosa che non ci sorprende, sembrano non avere troppo tempo per partorire nuove ed originali misure antipopolari, riforme lacrime e sangue e simili. Potrebbe, tuttavia, trattarsi semplicemente di un periodo di relativa calma prima della tempesta.

All’orizzonte, infatti, nubi oscure si addensano, rappresentate dai “suggerimenti” che le istituzioni internazionali si prodigano a dispensare. Raccomandazioni di questo genere sono state di recente proposte dal Fondo Monetario Internazionale: un condensato di tagli alla spesa pubblica e riduzioni delle pensioni, compressioni dei salari e misure fiscali a favore dei ricchi. È adesso il turno della Banca Mondiale. In questo post cercheremo di spiegare quali misure abbiano in mente gli economisti che lavorano in questa organizzazione internazionale e quale distorta visione del mondo sia sottintesa a tali misure.

La Banca Mondiale è un’istituzione che ha come principale scopo (in teoria) quello di fornire assistenza ai paesi in via di sviluppo, aiutarli a modernizzare e rendere più competitive le loro economie. Non disdegna, tuttavia, di suggerire riforme strutturali ed interventi di politica economica anche alle economie capitaliste mature. È questo il caso dell’annuale World Development Report (WDR, Rapporto sullo sviluppo mondiale), uno strumento che, nelle parole della Banca Mondiale stessa, rappresenta “una guida di inestimabile valore alla situazione economica, sociale ed ambientale del mondo al giorno d’oggi”. L’edizione 2019 verrà resa pubblica solamente in autunno. Tuttavia è possibile leggere una bozza di lavoro, che già permette di trarre un quadro piuttosto chiaro dello spirito che informerà il prossimo WDR. Fin dal titolo – The changing nature of work(“La mutevole natura del lavoro”) – si può intuire dove si annida la fregatura, la quale, a onor del vero, è espressa in maniera piuttosto esplicita: le istituzioni del mercato del lavoro vigenti ed il welfare per come lo conosciamo sono insostenibili. Questa è la premessa, che agli occhi degli estensori del Report non necessita neanche di essere discussa.

Ma proviamo ad andare con ordine: i moderni sistemi di welfare, la cui paternità, secondo la Banca Mondiale, andrebbe attribuita ad Otto von Bismarck, presupponevano in origine rapporti di lavoro stabili e duraturi. Questo implicava che datori di lavoro e lavoratori pagavano, in maniera generalmente ininterrotta per tutta la vita lavorativa, contributi previdenziali e sociali, attraverso i quali venivano finanziate in maniera relativamente dignitosa pensioni, indennità di disoccupazione, di malattia etc. Tuttavia il mondo è cambiato, ci dice la Banca Mondiale. I lavori sono ormai strutturalmente precari; avere lo stesso lavoro per tutta la vita, con remunerazioni accettabili, è un’utopia che dimostra scarsa aderenza con la realtà e lo spirito del tempo. I mercati del lavoro sono “incerti, complessi” (p. 84). Per inciso, è interessante notare come, nelle parole della Banca Mondiale, questi processi sembrino dovuti quasi a necessità ineluttabili o causati da interventi divini. Il tutto viene affrontato in maniera impersonale, trascendente. Non c’è nessun soggetto concreto che ha determinato questo corso degli eventi. Nessuna classe sociale che li ha propugnati e ne ha tratto e ne trae vantaggio. Queste cose semplicemente accadono. Ma torniamo all’analisi presente nel WDR. Come dicevamo, gli attuali sistemi di welfare non funzionano più. Tra le altre cose, ci viene raccontato innocentemente che rappresentano un costo eccessivo per i datori di lavoro. Questi ultimi, infatti, schiacciati dall’esorbitante esborso richiesto per contribuire al sostentamento dei propri lavoratori, potrebbero vedersi costretti a sostituire i lavoratori con le macchine, le quali non fanno tante storie e non hanno bisogno di una pensione. Lo spauracchio della disoccupazione tecnologica, insomma, viene brandito in maniera piuttosto grossolana per convincere i lavoratori ad accettare sacrifici.

Abbiamo capito che cosa non funziona per la Banca Mondiale. Ma qual è in concreto la proposta, l’alternativa? Come prima cosa, la maggior parte dell’onere di finanziare welfare e previdenza sociale andrebbe spostato dalle tasche dei capitalisti alla fiscalità generale. L’idea, messa così, potrebbe anche suonare come una positiva novità: la fiscalità generale colpisce anche i capitalisti finanziari, che sarebbero quindi costretti a compartecipare alle spese per il welfare. Peccato, però, che ad oggi la fiscalità ricada soprattutto sulle spalle dei lavoratori! Anche la Banca Mondiale, comunque, per ragioni naturalmente diverse dalle nostre, esprime dubbi sulla fattibilità di questa soluzione. Gli estensori del rapporto fanno infatti notare come in molte economie mature il livello generale di tassazione sia già piuttosto alto. Fortunatamente la soluzione è a portata di mano, ed è sempre la stessa: tagli alla spesa. In particolare, tanto per cambiare, questi tagli dovrebbero prendere di mira soprattutto le pensioni, ma con la rassicurazione che il mercato verrà in soccorso, sostenendo i livelli delle prestazioni previdenziali. In che modo? Ci può pensare il mercato. Gli Stati infatti dovrebbero provvedere a rendere obbligatoria l’adozione di piani assicurativi gestiti dai privati, dove canalizzare i risparmi estorti ai lavoratori che, in questa maniera, finanzierebbero di tasca propria un eventuale sussidio di disoccupazione minimo (p. 94). Ai lavoratori più saggi e previdenti, infine, lo Stato dovrebbe anche dare una “spintarella” per convincerli a risparmiare ulteriormente, oltre la quota obbligatoria di cui sopra, per garantirsi un futuro sereno e responsabile. Tutto questo andrebbe infarinato con un livello minimo di elemosina pubblica, sotto forma di reddito minimo garantito: la Banca Mondiale ammette di considerare la disoccupazione di massa come un fenomeno in un certo senso naturale e necessario. Dato che questa non può essere evitata, che almeno si distribuisca qualche brioche ai fu-lavoratori.

A questo punto il Report raggiunge pregevoli vette di surrealismo: una volta che questo sistema virtuoso ed equo di protezione dei lavoratori sarà all’opera, sarà finalmente possibile rendere davvero flessibile, cioè precario, il mercato del lavoro. Detto altrimenti: a causa della precarietà dei rapporti di lavoro, il welfare universale e pubblico non è più sostenibile. Quindi è opportuno rendere il lavoro ancora più precario, in maniera il più possibile strutturale. E non finisce qui: la Banca Centrale nota esplicitamente che le procedure di licenziamento andrebbero rese più semplici. E aggiunge al riguardo, di nuovo, che con il sistema in vigore nella maggior parte delle economie avanzate, “il peso – (di evitare che i licenziati muoiano di fame, specifichiamo noi) – ricade troppo sulle imprese e non abbastanza sullo Stato” (p. 99). Il potere pubblico dovrebbe quindi concentrare il suo intervento nell’economia sulla socializzazione di perdite e costi, per permettere l’appropriazione privata del profitto ad un ristretto numero di fortunati: poche volte l’ideologia neoliberista era stata espressa in maniera così chiara e sfacciata.

Almeno in un’altra circostanza il World Development Report, senza particolare vergogna, arriva a sostenere due tesi contraddittorie, a distanza di poche pagine: da un lato infatti raccomanda che ridurre i costi del lavoro è necessario per evitare che i capitalisti siano costretti a sostituire i lavoratori con le macchine (al riguardo, una parabola edificante viene proposta al lettore: nel 2011 il governo etiope ha cercato di introdurre per legge un sistema di previdenza sociale che fosse parzialmente a carico delle imprese. Come conseguenza, i capitalisti etiopi hanno – giustamente, verrebbe da dire seguendo l’argomentazione – aumentato il livello tecnologico del paese e la disoccupazione è aumentata). Poche pagine dopo, tuttavia, una storia contraria viene proposta: laddove la regolamentazione del lavoro è più rigida, ed in particolare licenziare è costoso, la tecnologia langue, la produzione si concentra in settori poco avanzati e la produttività ristagna. Da un lato i lavoratori devono accettare riduzioni del costo del lavoro e del salario indiretto, altrimenti verranno rimpiazzati dalle macchine e dalla tecnologia. Dall’altro, i lavoratori devono accettare una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro per evitare di causare un arresto del progresso tecnologico. Il fatto che, come e’ stato dimostrato ampiamente nella letteratura, mercati del lavoro maggiormente regolamentati, aumentando il potere contrattuale dei lavoratori, hanno un’influenza positiva sulle remunerazioni ed i salari, non sembra importare la Banca Mondiale: apparentemente salari alti hanno sia il potere di aumentare – anche in maniera eccessiva – la meccanizzazione di un’economia, e quindi il progresso tecnico, sia il potere di frenarlo.

Il lettore italiano che resiste fino a pagina 100 potrebbe rimanere piacevolmente sorpreso. Il WDR consiglia infatti di affrontare le complessità del mercato del lavoro in maniera drastica, sostituendo il magma variegato di forme contrattuali che si può riscontrare in molti paesi con una singola forma contrattuale standard, che garantisca protezioni e garanzie uniformi a tutti i lavoratori. Per chiarire bene il concetto, che ricalca la visione di alcuni liberisti nostrani, il Report specifica che queste protezioni devono comunque essere minime, di base, per “stimolare la creazione di lavoro e supportare l’economia nel suo aggiustamento alla natura cangiante del lavoro”. In altre parole, la via adottata dal Governo Renzi, attraverso il Jobs Act, all’abbattimento dei diritti dei lavoratori.

Per finire questa non esaustiva panoramica, il WDR dimostra anche di avere a cuore il destino dei giovani. Lo fa in una maniera quanto meno originale, suggerendo di ridurre il salario minimo da corrispondere a “giovani e persone in cerca del primo lavoro” (p. 98).

L’attacco al mondo del lavoro ormai avviene spesso in maniera subdola, indiretta. Il lavoro sporco è demandato ad istituzioni transnazionali, distanti, intangibili ed al riparo da ogni dialettica democratica, le quali si ammantano di una natura tecnica e neutra per propagandare misure prettamente politiche e di classe. Chiarire questo punto è il presupposto minimo per organizzare la controffensiva. Una controffensiva che dovrà misurarsi con un problema politico di portata storica: una volta svuotati di potere i Parlamenti nazionali, non esiste alcun argine al dilagare del progetto politico neoliberista – che usa la globalizzazione per concentrare nelle mani di pochi la ricchezza prodotta da tutti. Ed è proprio in questo vuoto di potere che si inserisce il Report della Banca Mondiale, dettando l’agenda politica al Governo che sarà (sia esso un Governo politico o “tecnico”) senza alcuna preoccupazione per l’esito delle (ridicole) trattative che si consumano in questi giorni intorno al Quirinale.

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