Beppe Scienza: Il welfare aziendale, ovvero come si arricchisce il datore di lavoro

Il welfare aziendale, ovvero come si arricchisce il datore di lavoro

Il mix di beni e servizi proposti dovrebbe accrescere il benessere del lavoratore. In realtà è soltanto elusione fiscale

di Beppe Scienza, da Il Fatto Quotidiano del 5 marzo 2018

Alcuni lettori segnalano pressioni dalle loro aziende perché rinuncino al premio di produttività in busta paga e lo destinino al cosiddetto welfare aziendale. Si chiama così un coacervo di beni e servizi (buoni pasto, sanità integrativa, trasporti casa-lavoro, ecc…) che dovrebbero appunto accrescere il benessere del lavoratore. In realtà esso degenera nel caso migliore in una forma di elusione fiscale, affogata in rapporti concertativi fra sindacati e aziende, e comunque non è affatto conveniente come raccontano.

Per la stragrande maggioranza dei dipendenti privati il fisco è generoso coi premi o incentivi di produttività, di risultato ecc. fino al limite di 3000 euro (e in certi casi 4.000) euro l’anno. Chi li incassa direttamente paga il 9,19% di contributi previdenziali e poi solo il 10% d’imposta invece che dal 23al 43% dell’Irpef. Chi, invece, li destina al welfare evita addirittura ogni contributo o imposta. Quindi apparentemente questa seconda opzione gli conviene (e per carità di patria non infieriremo sulla terza possibile destinazione, ovvero alla previdenza integrativa).

In realtà la faccenda è più complessa per una normativa perversa, sancita dalla legge di bilancio 2017, che dà i suoi frutti indigesti con qualche ritardo, cioè solo dopo essere stata recepita nei contratti collettivi di lavoro.

Infatti col premio di produzione nel welfare, il datore di lavoro non versa più la sua parte di contributi previdenziali. Ecco perché tante pressioni sui dipendenti! E’ vero che essi così risparmiano il 10% d’imposta, ma perdono versamenti previdenziali dell’azienda a loro favore in misura di regola superiore al 20%. Quindi la convenienza non c’è o, meglio, non c’è per loro. Per l’azienda certo che c’è!

Per concludere, se l’ottica è “pochi, maledetti e subito”, allora meglio il premio in busta paga, perché comunque i soldi nel welfare non si recuperano mica subito. Anzi, diventa spesso difficile utilizzarli tutti. Ma pure con un orizzonte di lungo termine è meglio in busta paga, perché è molto probabile ottenere nel complesso di più. Infatti i contributi previdenziali, del lavoratore o dell’azienda, non sono mica soldi persi. Fanno maturare una pensione più alta.

Non sarebbe però giusto gettare la croce solo addosso alle aziende  per i consigli viziati da un conflitto d’interessi. Come quasi sempre, la colpa prima è del legislatore e a monte dell’esecutivo, nella fattispecie il governo Renzi. La Legge di Bilancio 2017 reca la sua firma.

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