Germania, i metalmeccanici in sciopero per la settimana di 28 ore, contro i padroni che la vorrebbero di 48

Una giornata di “scioperi di avvertimento” che ha coinvolto le fabbriche di Volkswagen e Ford, con adesione del 100%, secondo il sindacato. Che ha annunciato nel corso della settimana astensioni dal lavoro in un totale di 275 aziende.

Dall’8 gennaio i metalmeccanici tedeschi stanno portando avanti azioni di sciopero ad intermittenza, con interruzioni del lavoro di alcune ore in più di 780 siti industriali, tra cui quelli di gruppi come Siemens, Daimler e Porsche. Settimana scorsa c’è stata una giornata di “scioperi di avvertimento” che ha coinvolto le fabbriche di Volkswagen e Ford, con adesione del 100%, secondo il sindacato IG Metal, che ha annunciato nel corso della settimana astensioni dal lavoro in un totale di 275 aziende.  La mobilitazione è cominciata dopo il fallimento, il 25 gennaio, delle trattative con i rappresentanti dei datori di lavoro: si chiedevano, oltre ad aumenti salariali per 3,9 milioni di dipendenti del comparto metalmeccanico, la possibilità per i lavoratori di passare su base volontaria dalla settimana di 35 ore a una di sole 28 ore e al part time per due anni se devono occuparsi dei figli o dei lavoratori anziani. I datori di lavoro hanno offerto un aumento del 6,8% ma hanno rifiutato l’accorciamento degli orari, chiedendo di poter almeno richiamare i lavoratori in caso di picchi di produzione. Inoltre non accettano di compensare parte dei minori introiti di chi dovesse scegliere la settimana corta.

La questione dell’orario e dell’organizzazione del lavoro è centrale in questo momento in Germania. Le 8 ore sono sotto attacco, forse per questo la IG Metal ha rilanciato chiedendo la settimana di 28 ore.

Fino a non molti anni fa in Germania dopo le cinque del pomeriggio era difficilissimo trovare qualcuno in ufficio, dopo le otto ore canoniche di lavoro i tedeschi spegnevano tutto e andavano a casa. Il tempo libero era sacro. Tanto che da alcuni anni grandi aziende come Daimler avevano persino introdotto il divieto di leggere mail nel fine settimana.

Eppure, un rapporto del Sachverstaendigenrat, dei cosiddetti “cinque saggi” di Angela Merkel che sostanzialmente fotografa lo status quo ha proposto di abolire, tout court, la giornata delle otto ore.

Il presidente dei cinque consiglieri economici del governo, Christoph Schmidt, ha spiegato che “ormai l’idea che la giornata lavorativa inizi la mattina in ufficio e si concluda con l’abbandono pomeridiano dell’azienda, è obsoleta”. Nell’epoca digitale, ha aggiunto, alcune tutele dei lavoratori sono troppo rigide: “le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail”. E nel rapporto presentato all’inizio di novembre, i “cinque saggi” hanno dunque suggerito di cancellare i limiti giornalieri – al momento sono otto ore, massimo dieci, con obbligo di recupero del riposo nel semestre – e lasciare soltanto il tetto settimanale di 48 ore.

I sindacati tedeschi, però, non si fidano. Pensano che sia un modo surrettizio per allungare la giornata lavorativa. Il presidente della Dgb, Reiner Hoffmann, ha attaccato Schmidt, accusandolo di “negare la realtà, se crede che in Germania prevalga il modello nove-cinque”: i tempi sono cambiati e per molti lavori vale già una deroga perenne alle otto ore, argomentano i rappresentanti dei lavoratori. Abolire il limite giornaliero significherebbe soltanto legittimare abusi.

Quella della rivoluzione in atto dell’orario di lavoro, peraltro, è una questione che si incrocia con quella più ampia – e drammatica – della robotizzazione e della digitalizzazione che stanno spazzando via molti più posti di lavoro di quanto non ne creino. Nell’ultima settimana, due colossi come Deutsche Bank e Siemens hanno annunciato migliaia di esuberi nonostante un’economia tedesca che è tornata a rombare al ritmo del 2% e che proprio secondo i “cinque saggi” rischia di surriscaldarsi. Il binomio crescita uguale occupazione sembra si stia spezzando.

La questione dell’onnipervasività della messa in produzione dell’individuo è tutta qui e si somma alla crisi del sistema capitalistico, alla crescente automazione del lavoro e ad una società sempre più iniqua in termini di diritti e di redistribuzione della ricchezza. Quello che sta succedendo in Germania va seguito con attenzione.

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